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Israele e l’Africa: una lunga storia

di Claudia De Martino

Il nuovo slancio della campagna diplomatica di Israele in Africa: il secondo volano della normalizzazione. Nuove prospettive di un rapporto consolidato nel tempo, nell’analisi di Claudia De Martino

L’immenso continente africano ha storicamente rappresentato per Israele parte del “cerchio esterno”, posto oltre il mondo arabo, delle relazioni diplomatiche: un’ampia “periferia” (Samaan, 2018) con cui intrattenere rapporti di cooperazione tali da aggirare il complesso di accerchiamento regionale del Paese ebraico in Medio Oriente. Fu questo il motivo che convinse la Prima ministra israeliana Golda Meir, dopo una visita di Stato in vari Paesi africani nel 1958, a lanciare un’agenzia operativa del Ministero degli esteri chiamata Mashav (מש"ב, Mercaz le-Shituf Pe’ula beinleumi - Agenzia israeliana per la cooperazione allo sviluppo internazionale) per avviare progetti di cooperazione agricola e trasferimento di know-how tecnologico ai Paesi africani di nuova indipendenza che si trovano di fronte alle difficili sfide dettate dalla costruzione di uno Stato, esattamente come Israele appena dieci anni prima. Meir comprese che Israele e i Paesi africani condividevano un punto di partenza importante, il comune e recente affrancamento dalla tutela di Paesi coloniali occidentali e la necessità di dotarsi di uno sviluppo autonomo: una sfida rispetto alla quale Israele era molto meglio posizionato in confronto ai suoi partners africani, potendo contare sul saldo sostegno e la tecnologia degli Stati Uniti, sulle Riparazioni tedesche e sulla cooperazione con altri Stati europei. In cambio delle sue conoscenze avanzate in materia agricola e militare, Israele avrebbe potuto esigere un riconoscimento diplomatico alle Nazioni Unite, dove gli Stati africani coprivano (e coprono tuttora) un quarto dei seggi dell’Assemblea ONU ed in importanti agenzie come il Consiglio per i diritti umani e l’UNESCO. Appena otto anni dopo il viaggio di Meir (1966), otto Stati africani (Etiopia, Ghana, Kenya, Congo-Kinshasa, Dahomey, Sierra Leone, Tanzania, Uganda) ricevevano qualche forma di assistenza militare da parte di Israele.

Nonostante l’iniziale successo diplomatico negli anni ’60, con l’apertura di 32 missioni diplomatiche nel continente africano, le basi per la cooperazione tra Tel Aviv e il continente africano rimasero fragili e un solo conflitto, la guerra dei Sei Giorni (1967), bastò a incrinarne il rapporto: la maggior parte degli Stati africani, infatti, facendo parte della Lega araba e dell’Organizzazione della Cooperazione islamica, dopo la risoluzione di Khartoum (1967), fu indotta in solidarietà col mondo arabo a pronunciare i famosi “tre no” (“no” al riconoscimento di Israele, “no” a negoziati e “no” alla pace) e, dopo la guerra dello Yom Kippur (1973), a rompere definitivamente le relazioni con lo Stato ebraico. Certamente, rapporti informali non cessarono del tutto con alcuni Paesi come l’Etiopia, che continuò a ricevere aiuti militari israeliani per tutti gli anni’60 e ’70 nella sua guerra contro il Fronte di Liberazione Eritreo, considerato filoarabo, mentre altri Paesi, come Ghana e Tanzania, ripresero clandestinamente relazioni economiche e militari con Tel Aviv, pur mantenendo contatti discreti, per paura che le rispettive opinioni pubbliche potessero avversarli e boicottare ogni accordo. Per circa due decadi (1967-87) il continente africano rimase saldamente coeso sulle posizioni antisraeliane espresse tanto dal Movimento dei Paesi Non Allineanti che dal Gruppo dei 77, un'organizzazione intergovernativa ONU fondata nel 1964 da 134 Paesi in via di sviluppo.

Il clima politico iniziò a distendersi progressivamente negli anni ’80, quando alcuni Paesi, come il Camerun di Paul Biya -secondo Presidente del Paese in carica dal 1982- iniziarono ad apprezzare i servizi di società private di sicurezza israeliane capaci di portare non solo armi di nuova generazione, ma anche l’expertise per utilizzarle. Nel 1984, dopo aver sventato un attentato alla sua persona, Biya decise di assegnare ad alcune società israeliane il compito di riformare il suo apparato di sicurezza, preferendo l’aiuto di Tel Aviv, scevro di reminiscenze coloniali, a quello della Francia, considerata troppo vicina al suo predecessore. Fu così che l’ex comandante dell’unità d’élite Duvdevan delle Forze di Difesa Israeliane, Avi Sivan, ricevette il compito di riorganizzare prima la guardia presidenziale e poi le forze speciali nazionali, meglio note come BIR o “Battalion d’intervention rapide”, un compito successivamente portato avanti anche sotto la Presidenza di Koudou Laurent Gbagbo (2000-2011). Negli stessi anni, anche Togo (dal 1987) e Uganda (dal 1985) richiesero servizi di assistenza militare ad Israele, rispettivamente il primo sotto la dinastia dei due Gnassingbe (1967 e 2005) e il secondo inizialmente nell’ambito della guerra civile che oppose il Generale Tito Okello alla National Resistance Army (NRA) di Yoweri Museveni, e poi, dopo la vittoria di quest’ultimo -destinato a diventare il nuovo Presidente-, nella riorganizzazione dell’esercito nazionale, nella lotta ai gruppi dissidenti e nelle operazioni anti-terrorismo (Ha’aretz, 24 dicembre 2021). In seguito, negli anni ’90, il Rwanda post-genocidio di Paul Kagame avviò relazioni con Israele considerandolo il tramite verso una cooperazione più stretta con gli Stati Uniti, ma anche costruendo un’analogia tra le esperienze dei due Paesi sulla base della comune esperienza di sterminio. I due Paesi operarono svilupparono relazioni bilaterali strette operanti su vari canali, tanto che il Rwanda decise nel 2016 di acconsentire ad accordi di rimpatrio dei propri cittadini che avessero raggiunto come profughi Israele, mentre nel 2018 Tel Aviv sostenne diplomaticamente alle Nazioni Unite una controversa risoluzione del Rwanda per definire il 7 aprile la “giornata internazionale di riflessione sul genocidio contro i Tutsi”, tesa a minimizzare il ruolo degli Hutu che pure si opposero allo sterminio. La cooperazione d’Israele è sempre proseguita anche con il Sud Sudan e il suo Esercito Popolare Sudanese, tacitamente sostenuto dal Mossad nella sua pluriennale lotta di liberazione dal nord in funzione anti-egiziana e antislamica (1955-72, 1983-89 e 2001-2005): per oltre sette decadi, il Sud Sudan ha guardato ad Israele in continuità come un potente alleato contro l’islam politico propugnato dal regime di al-Bashir fino al 2011, anno degli accordi comprensivi di pace tra il Movimento Sudanese di Liberazione Popolare di Salva Kiir Mayardit ed il regime, quando Israele ha immediatamente riconosciuto l’indipendenza del Paese. Più complesso e altalenante il tracciato storico intercorso tra Israele e il Sud Africa, Paese che per decenni ha ospitato un’importante comunità ebraica pari a circa 120.000 persone (oggi ridotte a 50.000), che ha beneficiato di uno status favorito all’interno del regime di apartheid in vigore fino al 1994 seppur a maggioranza schierata a favore dei diritti civili per i cittadini neri. Israele non solo ha mantenuto relazioni con Pretoria in tutti gli anni del regime segregazionista, ma anche condiviso progetti nucleari, ricevendo materiale fissile per la centrale di Dimona in cambio della fornitura di assistenza tecnica per lo sviluppo dell’industria militare sudafricana. Negli anni ’70 sarebbero stati anche pianificati alcuni test nucleari poi cancellati per paura di reazioni avverse da parte dell’opinione pubblica sudafricana. Con l’avvento dell’African National Congress, le relazioni tra i due Paesi si sono notevolmente deteriorate, anche se una parte dell’opinione pubblica rimane filo-israeliana per le sue credenze religiose pentecostali.

Infine, la “cortina di ferro” con i Paesi africani sembra essere progressivamente venuta a cadere dopo il disgelo tra Israele e i Paesi arabi limitrofi avviato con l’Egitto nel 1979, proseguito con la Giordania nel 1994 e ultimato dalla firma degli Accordi di Abramo (2020): un accordo di normalizzazione a carattere multilaterale siglato con Emirati Arabi Uniti e Bahrein (insieme a Sudan e Marocco), ma aperto in futuro a nuovi Paesi firmatari. In tutto il continente africano, solo Algeria, Libia e Sud Africa rimangano saldamente ostili al Paese ebraico in nome della solidarietà con il popolo palestinese, tanto da essersi opposti tenacemente al suo riconoscimento come stato osservatore all’Unione Africana (UA) nel luglio 2021, coalizzando altri 18 Paesi africani. Ad oggi Israele ha allacciato relazioni con 46 su 55 Stati dell’UA, nonostante i rapporti con alcuni di essi rimangano informali e non vi sia stato scambio di delegazioni.

Tuttavia, con l’eminente eccezione del Sud Africa, Israele gode sul continente di un soft power ascendente, essendo percepito come un attore neutrale, storicamente esente dal colonialismo ed esterno al continente africano, molto avanzato a livello tecnologico, capace di fornire beni e servizi innovativi, soprattutto in aree chiave come l’assistenza militare e lo sviluppo agricolo, il tutto senza esigere contropartite in termini di rispetto dello stato di diritto e di diritti umani come altri Paesi occidentali (USA e UE in primis). Così, i servizi militari offerti da società private israeliane sono cresciuti rapidamente in numero e quantità, tanto da trasformare nel 2019 tali società, per lo più avviate da ex comandanti dell’esercito ebraico, nel secondo gruppo nazionale più rappresentato, dopo la Francia -con il suo Groupement des Industries françaises de la défense et de la sécurité-, alla fiera militare continentale (lo Shield Africa Trade) che si svolge ogni anno ad Abidjan sulla Costa d’Avorio. La società israeliana AVISECURE si è anche strategicamente assicurata la gestione dell’aeroporto della città, ottenendo il controllo di un’infrastruttura chiave del continente in uno dei Paesi africani in cui più attiva risulta la presenza economica e commerciale della comunità diasporica libanese, sospettata di sostenere Hizbullah all’estero.

Tuttavia, l’influenza di Israele non si limita alle sue capacità militari, ma alla popolarità del suo modello di sviluppo, incentrato sulla forte coesione religiosa del suo popolo, la cui vicenda biblica riecheggia profondamente nella cultura pentecostale di molte chiese africane (una chiesa evangelica molto diffusa nel continente con i suoi 107 milioni di fedeli), nella sua capacità tecnica di fronteggiare le avversità climatiche dettate dalla desertificazione, dalla scarsezza idrica e dalla povertà agricola dei suoi suoli, dalla sua capacità di assicurare una diffusa prosperità alla sua popolazione e dalla sua determinazione nel sormontare le sfide militari convenzionali dettate dai Paesi vicini, ma anche la guerriglia e gli attacchi terroristici di gruppi violenti che agiscono all’interno e all’esterno dei suoi confini.

La lotta al terrorismo in particolare, in Paesi come quelli del Sahel interessati dal 48% degli attentati globali più mortali, con quattro Paesi -Niger, Mali, Repubblica democratica del Congo e Burkina Faso- al vertice della classifica per crescita esponenziale del numero e della letalità degli attacchi -perpetrati da gruppi terroristici tristemente noti come al-Shabaab, AQMI, Ansar Beit al Maqdis, e ISIS-, riveste un ruolo di principale importanza in tutto il continente, sia per garantire la stabilità degli Stati che per assicurare la continuità di regimi autoritari confrontati a violenti gruppi di opposizione. Le società israeliane esperte di sistemi di controllo e intercettazioni -come il gruppo NSO, Verint, MER e Elbit systems – hanno così venduto i loro prodotti di geolocalizzazione e ascolto telefonico ad oltre 13 Paesi del continente distribuiti dal Nord (Egitto, Tunisia, Marocco) al centro del continente (Sudan, Uganda, Chad, Niger, Mauritania e Mali, Nigeria, Benin e Togo). Tre Paesi africani (Marocco, Togo Rwanda) figurano anche nella lista dei clienti della controversa Pegasus, il software israeliano di spionaggio al centro dello scandalo mondiale scoppiato nel 2021 ed accusato di aver aiutato regimi dittatoriali a monitorare le comunicazioni private di circa 600 politici, 200 giornalisti e attivisti dei diritti umani, per un totale di 50.000 numeri privati.

Israele ha tutto da guadagnare dal rilancio di una cooperazione più stretta con il continente africano. Le sue esportazioni nel settore della sicurezza ammontano al 10% delle sue esportazioni totali e rappresentano un importante volano economico, all’interno del quale il mercato africano è in costante crescita (dal 2% al 4% delle esportazioni tra il 2018 e il 2019, secondo i dati Sibat, la Security Export Division del Ministero della Difesa). Nondimeno, sono altri due gli aspetti politici essenziali sui quali si concentrano gli interessi israeliani: lo sgretolamento del compatto blocco diplomatico anti-israeliano all’Assemblea delle Nazioni Unite e la possibilità di influire politicamente su un continente giovane in cui si concentra circa un quinto della popolazione mondiale. Nel primo caso, Tel Aviv sta già raccogliendo i primi risultati concreti: nel giugno 2018, per la prima volta, un emendamento di condanna di Hamas per il riaccendersi di tensioni nella Striscia, iniziato dagli Stati Uniti, ha ottenuto la maggioranza, per quanto non qualificata (e dunque non tale da passare), all’Assemblea Generale dell’ONU grazie all’astensione di 12 Paesi africani ed al voto favorevole di altri tre (Togo, Liberia e Sudan del Sud). Un risultato importante e foriero di conseguenze di lungo termine, se si considera la media di 20 risoluzioni critiche di Israele avanzate ogni anno all’Assemblea e la possibilità che la salda maggioranza africana filopalestinese vada definitivamente erosa. Nel secondo caso, Israele punta sul rapporto diretto con le nuove generazioni africane affascinate dalla prosperità e dallo sviluppo tecnologico e sempre meno ancorate alla memoria di quei movimenti di liberazione, tradizionalmente non-allineati e filoarabi, che hanno fatto la storia della decolonizzazione negli anni ’60: una generazione più pragmatica e meno affascinata da grandi narrazioni collettive, spesso ispirata dalla “teologia della prosperità” pentecostale, capace di conciliare individualismo, capitalismo, materialismo e slancio verso il futuro e legata alla narrazione biblica del “popolo eletto” e al suo progetto di ritorno nella Terra Santa, ovvero sostenitrice del sionismo, rappresentata dalla “generazione Joseph” in Uganda (Gusman, 2021) o dalla Beth-El Acai Associação Cristã Amigos de Israel in Mozambico. Un’opinione pubblica potenzialmente favorevole su cui Israele, che pure investe pochissimo negli aiuti allo sviluppo (lo 0.07% del PIL, tra i più bassi di tutta l’area OECD), può capitalizzare, fornendo al continente quel know-how in termini di sicurezza a cui aspirano tanti paesi, in cambio di un sostegno diplomatico ufficiale nelle organizzazioni internazionali, che rafforzi il nuovo equilibrio inaugurato dagli Accordi di Abramo.

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