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Kishida nel Golfo per rendere Tokyo indispensabile

Il Giappone, preoccupato dal legame tra Cina e paesi mediorientali, cerca di aumentare la propria influenza nella regione. Il punto di Emanuele Rossi

La relazione della Cina con i Paesi mediorientali produttori di petrolio potrebbe in futuro diventare così intima da portare alla formazione di nuove alleanze, bilaterali o multilaterali. Per esempio, l’Arabia Saudita ha già avviato la procedura per aderire alla Shanghai Cooperation Organization. Davanti a questa possibilità, il Giappone si sta attrezzando. Tokyo è molto collegato a Washington e ha chiaro che se, per esempio, venisse trascinato in uno stato di scontro con la Cina a causa di una crisi a Taiwan, potrebbe trovare in futuro potenziali complicazioni nell’acquistare il petrolio mediorientale. In sintesi estrema, è questa la ragione strategica che ha portato il primo ministro nipponico, Kishida Fumio, in tour nel Golfo nei giorni scorsi. Una visita che ha seguito di poco tempo la sua presenza da protagonista al Summit Nato di Vilnius.

Kishida è passato per Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, centri nevralgici di una regione pulsante, orientata a costruire relazioni multi-allineate con vari attori globali. Per Tokyo, la speranza nel breve/medio termine è quella di aver assicurato i rapporti del suo paese con i suoi più importanti fornitori di energia, mentre l'influenza di Pechino cresce nella regione e le risorse energetiche del Giappone sono minacciate dalla geopolitica. L’Arcipelago dipende dal Medio Oriente per oltre il 90% delle sue forniture di petrolio (record raggiunto nel mese di luglio 2022: 97,7%), e il petrolio rappresenta il 40% del menu energetico nipponico. Tokyo ha provato con mano l'impatto economico globale della guerra della Russia contro l'Ucraina, che ha portato a uno stravolgimento del mercato energetico e rimesso in discussione la questione della sicurezza energetica generale — perché se è vero che si va verso la transizione energetica, è altrettanto vero che serve tempo e i vari paesi sono costretti a un esame di coscienza davanti a esposizioni/dipendenze eccessive verso singoli fornitori.

Se da un lato Kishida sta spingendo sull’allineamento con Stati Uniti e Unione Europea, secondo la sua visione (in parte mutuata dal defunto predecessore Abe Shinzo) sulla comunione dei destini del quadrante Euro Atlantico e Indo Pacifico, altrettanto Tokyo teme di essere percepito come eccessivamente sbilanciato. E questo lo si riscontra sia nella spinta ad attività di propria concezione nell’ambito geo-strategico indo-pacifico (come quelle bilaterali con Filippine, Vietnam e Indonesia) che nei confronti dei partner mediorientali. Questi ultimi, visto la crescente domanda asiatica, si trovano in una posizione molto forte, per cui non solo non hanno bisogno di abbassare i prezzi, ma sono in grado di poter avanzare contro-richieste ai loro fornitori. Il Qatar, per esempio, ha un ruolo molto strategico producendo LNG (più facile da esportare). Sapendo che il Giappone, la Corea del Sud, la Cina o il Bangladesh hanno potere finanziario, è possibile che Doha usi condizioni rigide per gli acquirenti (assicurandosi contratti a protezione del proprio interesse nazionale, nella logica legittima del gioco in corso). Anche perché alcuni governi — come quello di Kishida — sono sotto pressione interna da parte delle componenti industriali che chiedono sicurezza (e maggiori quantità) di approvvigionamento.

Tokyo sta anche approfittando di una relativa stabilità regionale, con i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo che non solo hanno ristabilito il dialogo interno con la “riconciliazione di al Ula”, ma hanno anche aperto a una serie di contatti e normalizzazione nei confronti dell’Iran e della Siria, con potenziali riflessi positivi anche sul conflitto in Yemen. In questo clima più disteso le aziende giapponesi stanno trovando sempre più confortevole fare affari con i Paesi mediorientali. Non è un caso se il menù più variegato dei tanti accordi e memorandum di intesa, Kishida lo abbia firmato con gli Emirati Arabi Uniti, paese che ospita il maggior numero di espatriati giapponesi in Medio Oriente e Nord Africa, con 4.500 persone tutte attive nel settore business. Questi accordi bilaterali mirano a rafforzare gli scambi economici e gli investimenti nei settori dell'energia, ma anche della tecnologia avanzata, dell'intelligenza artificiale, dello spazio e della conservazione ambientale.

Non va dimenticato inoltre che secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia, il Giappone è uno dei principali fornitori di prodotti e servizi per le energie rinnovabili a livello regionale. Ed è questa una contropartita diretta che viene messa sul tavolo da Tokyo: importare idrocarburi ed esportare tecnologica per spingere la transizione energetica, dunque economica, che è parte delle strategie “Visions” della regione del Golfo. Il Giappone è tra i paesi leader in linea con l'obiettivo strategico di raggiungere la neutralità delle emissioni di carbonio entro il 2050, fissato dagli Emirati Arabi Uniti, che a novembre ospiteranno la conferenza sul clima delle Nazioni Unite COP28 a Dubai. E dunque la partnership con Tokyo è anche un utile strumento narrativo. Oltretutto la visione nipponica della transizione energetica coincide per buona parte con quella del Golfo, lasciando aperta l’opzione sull’uso degli idrocarburi attraverso nuove tecnologie di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica.

Sul tavolo c’è anche la ripresa dei colloqui per un accordo di libero scambio. Un altro aiuto per gli sforzi di diversificazione economica della regione del Golfo incentrati sulla trasformazione tecnologica e sulle catene di approvvigionamento globali. Kishida, seguendo una linea già solcata da Abe, sta cercando in definitiva di trasformare il Giappone nel partner di riferimento per lo sviluppo della regione. Davanti a sé trova paesi nel Medio Oriente disponibili a sfruttare varie alternative operative, con la consapevolezza che il rapporto con Tokyo non sarà esclusivo, ma con l’obiettivo di farlo diventare di valore indispensabile. Per esserlo, Kishida potrebbe incontrare richieste sull’aumento dell’impegno securitario, su cui Tokyo potrebbe anche essere disponibile.

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