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La crescente penetrazione cinese nel Mediterraneo

Il Mediterraneo sembra una zona geografica lontana per la Cina, ma in realtà da più di venti anni è presente in molti paesi. L’analisi di Claudia De Martino

Il Mediterraneo sembra una zona geografica relativamente lontana e remota per la Repubblica popolare cinese e tuttavia sono già vent’anni che la Cina vi si è affacciata con interesse. Certamente non si tratta della stessa “politica muscolare” che Beijing adotta nei confronti di Taiwan, della rivalità con l’India, dell’egemonia nei confronti delle isole del Mar cinese meridionale, e dei Paesi confinanti come Malesia e Molucche, ma di una politica più discreta di accordi con Paesi lontani posti lungo snodi marittimi vitali per la Belt&Road Initiative (BRI) o come potenziali mercati di espansione per i prodotti “Made in China”. Alcuni grandi colossi privati (Shangai International Port Group, China Merchants) o a partecipazione statale (COSCO, China Communications and Construction Company) contribuiscono all’estensione di questa fitta rete commerciale di portata globale, che, secondo alcuni analisti, riporta “per la prima volta nella storia contemporanea una grande potenza asiatica ben al di là della sua consueta sfera di influenza[1].

La presenza cinese nel Mediterraneo rappresenterebbe, dunque, un fatto nuovo: uno sviluppo storico recente intervenuto soprattutto con l’avvio del nuovo secolo, che presenta caratteri multipolari molto accentuati e un’accelerazione del processo di globalizzazione che sembra ricalcare in parte la competizione coloniale tra grandi potenze nell’imperialismo di fine ‘800. Un mondo post-ideologico avviatosi con la fine della Guerra Fredda che ha superato e archiviato l’unipolarismo americano per aprirsi ad una competizione tra almeno tre grandi potenze (Russia, Cina e USA) e vari altri blocchi parzialmente indipendenti (come UE, Lega Araba, Unione Africana), più o meno allineati ad una delle tre grandi potenze a seconda delle circostanze e della convenienza. Un mondo, infine, che vede la sfida globale tra USA e Cina profilarsi come la vera competizione economica e politica tra potenze nei prossimi dieci anni secondo un sondaggio (Global Politics Survey, 4-22 marzo 2024) condotto dal quotidiano al-Monitor, che vede il 30% degli intervistati nei Paesi della riva sud del Mediterraneo considerare l’influenza della Cina e degli USA nel Mediterraneo testa a testa nelle proiezioni 2030, con il Presidente Xi Jinping già attualmente più popolare del Presidente Biden (33.8% versus 21.7%) nelle preferenze dell’opinione pubblica araba.

Parte di questa avanzata della popolarità cinese nel Mediterraneo allargato è dovuta alla sua politica estera di difesa della sovranità territoriale e non ingerenza negli affari interni di tutti gli Stati e la percezione che gli investimenti e gli aiuti cinesi vengano “without political strings attached”, ovvero non presentino condizioni e vincoli, ad esempio sullo stato di diritto, sulla protezione dei diritti umani o sull’ortodossia economica, simili alle condizioni imposte dalle organizzazioni finanziarie internazionali (Fondo Monetario Internazionale e Banca mondiale) o dagli aiuti allo sviluppo di USA e UE. Una visione dell’ordine internazionale ispirata ad un” modello di coesistenza” che poggia su un’interpretazione conservatrice del principio di sovranità nazionale, da rispettare indipendentemente dalla condotta internazionale dello Stato o dal suo rispetto dei diritti umani fondamentali.

La politica estera cinese è anche improntata al principio del dialogo diplomatico con tutti gli attori regionali, senza la necessità di schierarsi da una parte o dall’altra dei contendenti nei conflitti che interessano la regione, come ad esempio l’ostilità tra Marocco ed Algeria sul Sahara occidentale, la competizione tra Arabia Saudita e Iran difronte al rischio di escalation nucleare di quest’ultimo o ancora le tensioni tra Siria e Turchia ai confini tra i due Paesi. Unica eccezione a questa regola di stretta neutralità è stata la posizione adottata nel conflitto israelo-palestinese nel recente conflitto scoppiato a Gaza, in cui Beijing si è schierata fin dall’inizio a favore di un cessate il fuoco immediato, criticando aspramente Israele per l’alto numero di vittime palestinesi. Questo perché la questione palestinese gode dell'appoggio di tutti i Paesi arabi, ivi incluse le monarchie petrolifere del Golfo, e l’Iran e i suoi alleati sciiti, da cui Beijing trae la maggior parte delle sue risorse energetiche, e le permette, in cambio dell’appoggio cinese per la Palestina al Consiglio di sicurezza ONU, di incassare il sostegno altrettanto unanime della Lega araba per la politica di “una sola Cina” su Taiwan. In aggiunta, la “questione palestinese” permette alla Cina di acquisire soft power e popolarità non solo presso le opinioni pubbliche arabe, ma anche presso quelle dei Paesi BRICS e del Sud Globale, in particolare del continente africano, a cui Beijing intende presentarsi come un Paese scevro da tentazioni coloniali, ma anzi alleato fidato nelle legittime rivendicazioni di indipendenza. In altri termini, la Palestina è troppo importante per i partner commerciali regionali della Cina e ammette una trasgressione alla regola di stretta neutralità osservata in altri contesti, ma essa non modifica l’impianto generale.

Il Mediterraneo presenta una serie di opportunità interessanti per l’allargamento dei mercati cinesi: in primis, non è percepito come una zona omogenea o unitaria, ma come un aggregato di Paesi molto diversi tra loro per cultura politica, politica commerciale e estera, organizzazione sociale. Presenta economie emergenti come la Turchia, Paesi ritenuti ancora in via di sviluppo come l’Egitto e l’Algeria, Paesi fortemente instabili ma prossimamente necessari di ricostruzione, come Siria e Libia, Paesi produttori di risorse energetiche come petrolio (Libia) e gas (Algeria), mercati turistici in forte espansione (Marocco), e Paesi stabili dotati di mercati avanzati come i Paesi rivieraschi della riva nord del Mediterraneo, tra cui Italia, Francia, Spagna e Balcani. Con Paesi così eterogenei, la Cina intrattiene proficui rapporti bilaterali, pur dando vita ad alcune associazioni regionali che, però, pur riunendo più Paesi della regione in forum multilaterali (il FOFAC; Forum di cooperazione sino-africana attivo dal 2000, il CASCF, Forum di cooperazione sino-araba dal 2004, il CEECF o gruppo “17+1” con i Paesi dell’Europa centrale e orientale dal 2012 o ancora la BRI dal 2013), non favoriscono le relazioni orizzontali tra Stati membri quanto facilitano gli accordi commerciali, sempre fortemente sbilanciati, della Cina con ognuno di loro. In effetti, Paesi così diversi sono tutti attratti nell’orbita di Beijing in quanto essa promette a ciascuno di loro una relazione “doppiamente vincente”, ovvero accordi economici che possano fornire a questi Paesi prestiti e investimenti interessanti per il rilancio di loro settori strategici in cambio della penetrazione industriale e commerciale cinese. Il risultato di questa politica di espansione commerciale è dimostrato dall’adesione di 140 Paesi e 30 organizzazioni internazionali alla “nuova via della seta” o BRI, tra cui figurava anche l’Italia fino al dicembre 2023.

La Cina offre a numerosi Paesi in via di sviluppo, ma privi di capitali, l’opportunità di dotarsi di infrastrutture strategiche, soprattutto portuali e ferroviarie, indispensabili alla crescita economica. In cambio dei suoi investimenti ed aiuti, Beijing chiede l’usufrutto, temporaneo o duraturo, di infrastrutture chiave lungo la sua “Via della seta”, il cui termine storico è rappresentato da Venezia, punto di approdo verso i mercati continentali europei. Nel solo bacino mediterraneo, Beijing ha così rilevato dapprima la gestione del porto egiziano di Port Said (2005), poi di quello di Damietta (2007), successivamente ha acquistato il porto del Pireo (2009) da un governo greco in piena bancarotta, per poi aggiungere alla sua rete portuale a stretto giro partecipazioni importanti (quasi al 50%) nelle gestione dei porti di Kumpart in Turchia (2015), Valencia (2017), Zeebrugge in Belgio (2018), Savona (Vado Gateway, 2019), Haifa (2021), el-Hamdania in Algeria e Zarzis in Tunisia, ancora in via di costruzione. Infine, attraverso le sue corporations, solo semi-indipendenti dal Governo della repubblica popolare, come la China Merchant, ha acquisito partecipazioni anche nei porti di Marsiglia, di Malta, nel nuovo porto marocchino di Tanger Med, nel porto di Sines in Portogallo, di Rijeka in Croazia e in altri porti italiani, con i colossi Weichai e Progetto internazionale 39, ad esempio, interessati alla gestione del porto di Taranto, che però presenta il problema di essere estremamente vicino – appena dodici chilometri - dalla base delle Standing Naval Forces della NATO.

Pur presentando tali investimenti sotto la formula di «doppiamente vincenti” per entrambe le parti, non tutti i Paesi partner della Cina riescono a mantenere rapporti bilaterali equilibrati con i suoi colossi commerciali globali, in alcuni casi, come in quelli di Algeria, Egitto e Tunisia, anche indebitandosi fortemente. In particolare l’Algeria avrebbe fatto la scelta di accogliere importanti investimenti cinesi (e forza-lavoro cinese, pari a 55.000 lavoratori, che costituiscono la più forte comunità di expats cinesi in Maghreb, rimpatriabili a fine lavori) per la costruzione di arterie fondamentali per il Paese - come l’autostrada est-ovest, la rete ferroviaria, un acquedotto di 750 km, le raffinerie di Adrar e Skikda e, infine, impianti di produzione di energia nucleare a scopi civili-, ma anche per la realizzazione di infrastrutture di prestigio, come la Grande Moschea di Algeri e lo stadio olimpico di Orano, causando un forte deficit nella propria bilancia commerciale con Beijing quasi impossibile da ripianare. I vantaggi della cooperazione Sud-Sud non sarebbero, quindi, così mutuali come la Cina promette, dal momento che i Paesi del Maghreb faticano a equilibrare l’interscambio con la Cina attraverso la fornitura di prodotti agricoli (Egitto, Tunisia e Algeria) e energetici (nel solo caso dell’Algeria), lasciando crescere vertiginosamente i rispettivi disavanzi. L’Egitto, ad esempio, avrebbe siglato con la Cina un accordo di “Partenariato Strategico Integrale” che si fonda sullo scambio tra materie prime e agricole (olio, frutta, pelle, cotone, fibre tessili vegetali, carta) contro prodotti a più alto valore aggiunto (elettronica, fibre sintetiche, ferro e acciaio, prodotti chimici organici, veicoli), contribuendo così ad uno scambio strutturalmente ineguale tra le parti. Anche se la Cina ad oggi non sembra interessata a far pesare questo disavanzo commerciale, è sempre possibile che in futuro si riservi di farlo, e per quanto l’aiuto cinese appaia incondizionato e privo di lacci politici, nel 2017 il Cairo ha espulso degli studenti uiguri dal proprio territorio come simbolo di collaborazione e buona volontà nei confronti di Pechino. Infine, la Cina conduce una politica di generale sostegno ai settori agricoli dei Paesi partner, nell’obiettivo di far abbassare i prezzi dei prodotti agricoli sul mercato globale e nutrire più facilmente la sua enorme popolazione, che pur rappresentando il 19% di quella mondiale (quasi un quinto) insiste su un territorio pari appena al 9% delle terre emerse, costringendo la Cina a importare prodotti agricoli sia per provvedere ai consumi crescenti della sua popolazione, che, per poter offrire una scelta più ampia e variegata di prodotti agricoli di qualità alla sua emergente classe media.

Se la forza della Cina rimane il suo sostanziale pragmatismo in politica estera e la sua programmazione di lungo periodo sul ritorno degli investimenti nella regione, il suo orientamento neutrale in una regione altamente divisa da conflitti endemici e rivalità politiche rischia di limitarne sostanzialmente l’influenza complessiva. Ad oggi, Beijing può infatti sviluppare progetti di connettività marittima con l’Egitto spianando al contempo vie di comunicazione terrestri con la Turchia, senza essere tenuta a creare una gerarchia interna tra corridoi marittimi e terrestri sulla nuova Via della Seta e senza creare legami preferenziali con nessun Paese del Mediterraneo. Tuttavia, mantenere una neutralità uniforme e costante in tutti i contesti in cui Beijing si trova ad operare non è sempre possibile, come illustra il caso del conflitto a Gaza e la crescente distanza con Israele. Considerando che il ruolo del Mediterraneo e dei suoi corridoi marittimi, incluso Suez, è destinato ad accrescersi nella strategia globale della Cina, dato il blocco delle vie di comunicazione eurasiatiche terrestri tra Cina e UE (ad esclusione del “Corridoio di Mezzo” attraverso la Turchia) causato dall’invasione russa dell’Ucraina, è probabile che la Cina venga progressivamente coinvolta nei conflitti che attanagliano la regione, come l’attuale crisi nel Mar Rosso, senza possedere una strategia autonoma per la loro risoluzione, a tutto profitto politico, almeno ancora per qualche decennio, delle due potenze di più antica data, USA e Russia.


[1] Paul Tourret, 2019 in “Les nouvelles routes de la soie en Méditerranée”, a cura di Saïd Belguidoum e Farida Souiah, Confluences Méditerranée 2019/2, n°109, 9 à 18

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