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La crisi in Medio Oriente e la campagna elettorale americana

Quale impatto sta avendo la crisi in Medio Oriente sulla corsa per la Presidenza degli Stati Uniti? Il punto di vista di Stefano Marroni

Biden che prova a ricompattare il suo elettorato, blindando la posizione degli Usa al fianco di Israele ma avvertendo Netanyahu che non lo seguirà sulla strada di una ritorsione ad ampio spettro. Trump che imputa alla debolezza della Casa Bianca l’estendersi della crisi in Medio Oriente e accusa gli ebrei che votano democratico di esser fuori di testa. E il Campidoglio che tra mille convulsioni si accinge finalmente a sbloccare il pacchetto di aiuti a Israele e Ucraina, impantanato da mesi nella guerriglia scatenata dai falchi repubblicani più vicini a “The Donald”.

L’annunciato e sterile attacco iraniano contro Israele – presentato dagli ayatollah come una rappresaglia al sanguinoso bombardamento del loro consolato a Damasco del 1 aprile – ha subito conquistato il centro della scena nel dibattito politico americano, forzando l’atteggiamento isolazionista di parte dell’opinione pubblica per far prepotentemente entrare anche la politica estera tra i temi cruciali della sfida di novembre per la Casa Bianca: dominata fin qui soprattutto dalle preoccupazioni degli americani per l’economia e l’immigrazione, oltreché dall’avversione simmetrica che per motivi diversi suscitano nell’opinione pubblica i due ottuagenari che si disputeranno a novembre il ruolo di Comandante in capo.

Nell’immediato, la mossa iraniana sembra aver messo qualche carta in più nelle mani di Biden, in grandi difficoltà nella gestione del vespaio mediorientale dopo il 7 di ottobre. E anche per questo Richard Haas – ex presidente del “Council for Foreign Relations” e a suo tempo strettissimo collaboratore di Colin Powell al Dipartimento di Stato – dice di non sapersi spiegare perché Teheran abbia commesso un così “grave errore strategico: quando i tuoi nemici stanno facendo un grosso sbaglio – spiega a Politico, citando Napoleone – non devi fermarlo". Gli ayatollah invece hanno fermato Israele mentre era sempre più isolato e sulla difensiva, sia sulla scena internazionale che nei rapporti con gli Stati Uniti. Da un lato sembrano quasi aver fatto tutto per farlo fallire, e dall’altro hanno lanciato a Netanyahu un formidabile salvagente. Ora Netanyahu si troverà probabilmente tra due fuochi all’interno della sua turbolente coalizione di governo su come replicare, ma sarebbe saggio che limitasse la sua risposta, come ovviamente gli sta chiedendo la Casa Bianca. Per esempio attaccando le strutture degli alleati di Teheran piuttosto che il territorio dell’Iran, e in ogni caso cercando di non provocare molte vittime”.

Nello Studio Ovale le preoccupazioni per le mosse di Israele fanno il paio con le pressioni sul Congresso per il via libera agli aiuti al maggior alleato Usa nello scacchiere mediorientale. Sul tavolo, ci sono ancora i 95 miliardi di dollari del finanziamento già approvato da Senato ma bloccato dai repubblicani alla Camera, un fiume di denaro destinato alla difesa di Gerusalemme, di Kiev e di Taiwan oltreché agli aiuti per la popolazione civile di Gaza. Nelle stesse ore in cui ha fatto schierare al suo fianco il G7 sulla linea della prudenza, Biden ha convocato una conference call bipartisan con lo speaker repubblicano della Camera Mike Johnson e tutti i leader del Congresso, chiedendo a Johnson di rompere gli indugi e forzare la mano all’ala del Gop che fa capo a Trump: uno schieramento relativamente numeroso ma molto rumoroso, che come ha anticipato Marjorie Taylor Greene minaccia di sfiduciarlo se il via libera alle armi per Israele porterà con sé anche quello per l’Ucraina: “Niente assegni in bianco a Biden”, ha mandato a dire un altro falco come Matt Gaetz. Ma Johnson – da sempre cauto sul no a Zelensky, e confortato dalla disponibilità dei democratici a votargli la fiducia – sembra stavolta orientato a tenere il punto, forse spacchettando le misure in modo da poter ottenere dalla Camera un via libera anche con maggioranze variabili: “Non posso passare il tempo a occuparmi delle mozioni di chi mi vuole mandare a casa”, ha detto a Fox News. “Abbiamo il dovere di governare, qui. E faremo il nostro lavoro”.

Sull’altro fronte, il bombardamento iraniano ha ricompattato sul sostegno a Israele anche i democratici più critici per la reazione all’attacco del 7 ottobre, da Chuck Schumer a Chris Van Hollen a Kamala Harris: “Il nostro impegno per la sicurezza di Israele è a prova di bomba – ha dichiarato la vicepresidente – noi siamo al fianco del popolo israeliano che si difende da questi attacchi”. Ma sembra aver messo in mano a Biden qualche carta in più anche nel rapporto non proprio idilliaco con Netanyahu, arrivando a convertire il premier israeliano – scrive Bret Stephens sul New York Times – “al vecchio adagio che la vendetta è un piatto da servire freddo”.

La risposta messa in campo degli Stati Uniti nelle ore dell’attacco è stata una delle più grandi operazioni difensive che si ricordino, con l’impegno dei cacciatorpediniere USS Arleigh Burke e Carney nel Mediterraneo, dei caccia F-15 nei cieli di Iraq e Siria e di una batteria di missili Patriot dell'esercito in Iraq: uno sforzo che ha portato all’abbattimento di più di 80 droni e ben sette missili balistici diretti verso Israele. Ma il successo persino sorprendente con cui è stata annichilita la bordata di Teheran – convinta di poter distruggere a terra almeno gli F-35 nella base di Nevatim – ha mostrato in chiaro all’opinione pubblica israeliana e in qualche modo anche al premier – ha scritto Thomas Friedman – di non poter fare a meno né del sostegno militare né delle leve diplomatiche in mano a Washington “per costruire una rete di alleanze in grado di isolare gli ayatollah nello scacchiere mediorientale e approfondire le crepe aperte nel sostegno popolare al regime”.

Convincere Netanyahu ad un risposta attentamente calibrata è anche il modo migliore – ragionano alla Casa Bianca – per proteggere le migliaia di militari americani schierati nelle basi in tutto il Medio Oriente, e in particolare negli avamposti più vulnerabili in Iraq e Siria e sulle navi che incrociano nel Mar Rosso: “Se Israele rispondesse in modo da innescare una ulteriore escalation – ragiona su Politico Dana Stroul, ex responsabile per lo scenario mediorientale al Pentagono – le forze americane sarebbero inevitabilmente coinvolte nella risposta iraniana”. E anzi i pasdaran “potrebbero convincersi che le truppe americane siano un bersaglio più facile che lo stesso Israele”, spiega il generale Frank McKenzie, ex capo del comando centrale degli Stati Uniti. A maggior ragione nei giorni in cui scatterà a Gaza la costruzione del gigantesco molo galleggiante con cui Biden conta di far arrivare con efficacia e in sicurezza aiuti umanitari alla popolazione civile: un bersaglio superprotetto, ma inevitabilmente molto esposto a possibili attacchi dall’aria, da terra e dal mare.

Sono difficoltà e rischi che non mettono la Casa Bianca al riparo dalle asprezze di quella che è ormai un clima da aperta campagna elettorale. Già nelle prime ore dopo il blitz iraniano i repubblicani hanno aperto il fuoco, rovesciando sui democratici la responsabilità del blocco degli aiuti militari a Israele: “Se davvero Chuck Schumer è dalla parte del popolo israeliano - ha detto Ted Cruz – spieghi perché si ostina a bloccare il nostro piano di aiuti di emergenza”. E Mike Lee ha allargato il fuoco contro le possibili intese con Johnson per lo sblocco contestuale degli aiuti a Gerusalemme, Kiev e Taiwan: “I repubblicani non devono in nessun caso aiutare Biden a sfruttare il sostegno ad altre priorità strategiche per ottenere aiuti addizionali all’Ucraina,” ha scritto su X, facendo eco agli affondi di Marjorie Taylor Green.

È la linea di Trump, che da settimane bersaglia un Biden in leggera ripresa nei sondaggi sulla politica mediorientale. Presentandosi da un lato come critico di Netanyahu (“Sta perdendo la guerra delle pubbliche relazioni”) e dall’altro come il suo unico possibile interlocutore: “La Casa Bianca ha perso del tutto il controllo sulla situazione: con me alla Casa Bianca – ha detto in un comizio – nulla di quel che stiamo vedendo sarebbe accaduto. E per questo dico che qualsiasi ebreo che voti per i democratici o per Biden non ama affatto Israele. E anzi, credo proprio dovrebbe farsi esaminare il cervello…”.

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