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Verso il Midterm 2026

A un anno dalle elezioni di Midterm di novembre 2026 cosa si muove nella politica americana. Il punto di vista di Stefano Marroni

Sfogliare le pagine del calendario dà ancora l’idea di una data estremamente lontana. Ma da settimane ormai, in un crescendo di eventi che lo annunciano drammatico, l’appuntamento con il 3 novembre 2026 si è improvvisamente fatto vicino e stringente per la politica americana. Perché è con l’occhio alle elezioni di Midterm del prossimo anno che vanno lette quasi tutte le mosse del presidente e dei suoi alleati da una parte e dei suoi avversari dall’altra: al Super Tuesday in cui verranno eletti i 435 membri della House of Representatives, 35 dei 100 membri del Senato degli Stati Uniti e trentanove governatori più una piccola folla di sindaci, magistrati e rappresentanti locali. Una prova che per dimensioni e significato politico potrebbe cementare del tutto la presa di Donald Trump sul paese che nel 2024 lo elesse di misura o - viceversa - fare dei due anni che lo porteranno a fine mandato un vero e proprio Vietnam per i repubblicani.

Il nervosismo nelle file del Gop è palpabile, e la tornata elettorale che ai primi di novembre ha incoronato con maggioranze larghissime il sindaco di New York e di altre grandi città e i governatori di New Jersey e Virginia ha fatto salire la febbre di un partito che sposando le politiche MAGA ha affidato le sue sorti al carisma di “The Donald”, ma ora - con l’avvicinarsi del Midterm - legge con orrore i suoi indici di gradimento in picchiata, dal 48 per cento di inizio anno al 40 per cento di oggi. Secondo Gallup, sette americani su dieci sono insoddisfatti dell’andamento dell’economia, e sei su dieci ne considerano responsabili le politiche di Trump: poco meno del sessanta per cento degli elettori ritiene che le scelte di politica estera della Casa Bianca abbiano nociuto allo standing degli Stati Uniti nel mondo, e un gran numero di persone – il 61 per cento, contro il 54 per cento di febbraio scorso – pensa anche che Trump sia “andato troppo oltre” nell’uso dei poteri della presidenza, su questioni che vanno dai dazi alle purghe nelle agenzie federali fino alle retate contro l’immigrazione illegale, che a giudicare dal voto di New York e della Virginia sembrano avere alienato al presidente le simpatie dei moltissimi latinos che nel 2024 avevano voltato le spalle ai democratici.

Vanno lette così, come una prima risposta al vento che cambia, le contromosse di Trump delle ultime settimane, dopo l’ammissione che a far pendere dalla parte dei democratici e persino di un “un comunista lunatico” come Mamdani a New York è stato lo shock dello shutdown, il più lungo di sempre, di cui la maggioranza degli elettori gli ha imputato la responsabilità. Ma a mordere, avvertono off the record molti repubblicani, è soprattutto un aumento del costo della vita stimato a poco più del 5 per cento da inizio anno: l’inflazione, che costò alla Casa Bianca a Biden, cresce sospinta dall’effetto dei dazi, e ha fatto lievitare i prezzi di carne, pesce, pollo e uova. Un effetto previsto da gran parte degli economisti ma negato dai consiglieri di Trump, e che invece la settimana scorsa ha costretto il tycoon a tagliare con effetto retroattivo le imposte sull’importazione di un centinaio di “prodotti agricoli che non vengono coltivati o prodotti in quantità sufficienti negli Stati Uniti”, ha fatto sapere la Casa Bianca. Nell’elenco ci sono la carne bovina, le banane, il caffè e i pomodori, ma anche i succhi di arancia e di ananas, il tè verde, pinoli e anacardi, cacao, spezie, fagioli, noci, avocado, noci di cocco, germogli di bambù, capperi, insieme a papaya, kiwi, baccelli di vaniglia, cannella, curry, mate, cuori di palma.

È un tema, quello dei dazi, su cui pende un giudizio della Corte suprema, sollecitata dalle associazioni dei piccoli imprenditori che non riescono più ad assorbire gli aumenti delle merci che importano. Ma non è l’unico fronte su cui inizia a traballare il sostegno fin qui granitico dei repubblicani e persino del mondo MAGA, che comincia a dare segni di un crescente malessere per le scelte del suo padre-padrone.

Nella lista ci sono innanzitutto le scelte di politica estera, che a una parte dei repubblicani sembrano in contraddizione con l’impegno elettorale di Trump a chiudere per sempre con le politiche interventiste del passato, e con i principi dell’America First. Ma fa rumore anche la correzione di rotta su visti HB-1, introdotti negli anni ’90 per consentire il soggiorno negli Usa a lavoratori ad alta qualificazione per le specifiche esigenze delle imprese. Solo a settembre, la stretta annunciata dal presidente sulla loro concessione, pensata per favorire i lavoratori americani, aveva infiammato i cuori dei Maga ma in parte incrinato il feeling tra il tycoon e il mondo big tech, che da allora ha messo in campo tutta la potenza del suo lobbying per correggere la decisione. Così, qualche sera fa, intervenendo a Fox News, Trump ha reagito con una decisione che ha dato scandalo, alle obiezioni di una star del mondo conservatore come Laura Ingraham. A un certo punto, la giornalista gli ha fatto notare che “è impossibile far crescere gli stipendi degli americani” se si aprono le porte a migliaia di stranieri: “E’ vero – ha ribattuto il presidente - ma bisogna anche far entrare la gente qualificata. Quando un paese…”. “Beh, ma abbiamo moltissima gente di talento, qui!”, lo ha interrotto la conduttrice. “No, non è vero”, ha replicato Trump. “Ci mancano invece molte competenze, e la gente deve acquisirle da chi le ha. Non è che si può tirare fuori uno a caso dalla fila di un ufficio di collocamento e dirgli: ‘Ehi, sai che c’è? Ti voglio mettere in una fabbrica dove si costruiscono missili…’”.

A completare il quadro, ci si è messa anche la vicenda Epstein, con un susseguirsi di colpi di scena che alla fine hanno portato - dopo un improvviso voltafaccia di Trump - a un voto largo della Camera per chiedere al Dipartimento di Giustizia - dopo la pubblicazione di alcune centinaia di email – il rilascio di tutti gli altri documenti sul caso del finanziare pedofilo, che negli anni ‘90 era al centro di una rete di rapporti ad altissimo livello nella New York che conta, e di cui all’epoca il futuro presidente – ancora soprattutto un immobiliarista – era un ottimo amico. Da candidato – raccogliendo la spinta dell’area più conservatrice e complottista del suo mondo – “the Donald” aveva promesso di aprire tutti gli archivi per mettere a nudo i rapporti tra Epstein e il Gotha democratico. Poi, già dalla primavera scorsa, è apparso chiaro che la Casa Bianca e di riflesso i parlamentari Gop giocavano in difesa, e alla Camera lo speaker Mike Johnson ha prolungato per mesi la pausa estiva dei lavoratori parlamentari anche per impedire un voto.

Nelle mail di Epstein c’è di tutto, come emerge anche dal rumore che sui social ha fatto, negli Usa, la pubblicazione di uno scambio di battute tra il pedofilo e il fratello Mark, in cui si allude pesantemente a presunte abitudini sessuali del Comandante in Capo. Ma in realtà nessuno a Washinton sembra aver chiaro chi o che cosa il presidente intenda proteggere, posto che finora non è emerso nulla che lasci pensare a un suo diretto coinvolgimento nelle scorribande con minorenni che viceversa sono costate – ad esempio - i titoli e il ruolo al fratello di re Carlo. Eppure per settimane Trump ha tuonato contro i repubblicani che volevano votare sì, chiedendogli di tagliar corto sulla “bufala” ordita dai democratici “per distogliere l’attenzione dal grande successo” colto con la fine dello shutdown. Rompendo violentemente anche con una sostenitrice della prima ora, la congresswoman della Georgia Marjorie Taylor Greene: “La sola cosa che la pazzoide Marjorie sa fare ormai- ha scritto su Truth - è lamentarsi, lamentarsi e ancora lamentarsi… Non so che gli è successo, è una lunatica farneticante che non potrò certamente sostenere nella prossima campagna elettorale…”.

Dietro le quinte, nei giorni scorsi, il presidente ha fatto un ampio giro di telefonate per chiedere ai suoi amici di insorgere contro il trascinarsi della storia Epstein, spiegando che oltretutto il Senato potrebbe comunque bloccare nelle prossime settimane la pubblicazione dei nuovi documenti. Fino all’ultimo, Trump e alcuni alti papaveri del dipartimento di Giustizia hanno tentato invano di persuadere due convinti MAGA come Lauren Boebert and Nancy Mace a ritirare la firma apposta sul documento stilato con i democratici da Greene e dal congressman Thomas Massie. E alla fine, di fronte all’evidenza che in parecchi avrebbero potuto seguire il loro esempio, in extremis ha cambiato linea e chiesto alla Camera di dare il via libera, accogliendo – scrive Politico - l’appello di alcuni storici amici a “non comportarsi come se avessi qualcosa da nascondere”.

Chiusa almeno per ora la frattura sul caso Epstein, Trump dovrà lavorare ancora duro per rimettere in riga su temi caldi – in primis politica estera, costo della vita e assistenza sanitaria – i pezzi del suo mondo che a questo punto temono per il loro futuro, in uno scenario elettorale che i risultati delle special elections di questo novembre prospettano sicuramente come molto più competitivo in vista delle elezioni del 2026: anche perché che i dati delle sfide più importanti – New York, New Jersey, Virginia – vanno letti insieme a quelli di realtà meno sotto i riflettori ma comunque significative, dalla Pennsylvania alla California e persino al Mississippi, dove per la prima volta da lustri i repubblicani hanno perso la loro tradizionale super maggioranza.

Rinfrancati dopo quasi un anno di apnea, anche i democratici hanno ormai nel mirino la loro corsa al 2026, convinti di poter riprendere il controllo della Camera bassa. Ma tutto dice che in realtà non saranno comunque rose e fiori. Il voto con cui otto senatori – molti di loro a un passo dal ritiro dalla vita pubblica, o invece sicuri di non dover difendere il loro seggio il prossimo anno - alla fine ha offerto ai repubblicani la possibilità di chiudere il più lungo shutdown della storia americana senza concessioni alla richiesta dem di rifinanziare la spesa sanitaria ha riacceso subito lo scontro tra le varie anime del partito.

Con mezza America bloccata a terra dall’impossibilita di tenere al lavoro i controllori di volo, ma nella convinzione di essere stati a un passo dal mettere Trump sotto scacco (i dati dei sondaggi imputavano soprattutto alla Casa Bianca e il Gop la responsabilità del blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici e del taglio di risorse vitali per i settori più deboli della popolazione) la maggioranza dei Dem e anche molti commentatori dei media mainstream hanno parlato di “grave errore” e qualcuno apertamente di tradimento, mettendo sul banco degli accusati anche il capo dei senatori: il veterano Chuck Schumer, che per uno degli astri nascenti di casa dem, il californiano Ro Khanna, simboleggia “un vecchio modo di fare e di pensare”, non in sintonia con una new wave democratica simbolizzata dalla clamorosa, schiacciante vittoria di un socialdemocratico dichiarato (oltre che musulmano) come Zohran Mamdani.

“A nessuno è piaciuto l’accordo al Senato”, spiega Matt Bennett, leader del think tank centrista Third Way. “Ma questo non può significare che i democratici continuino a spararsi tra loro. Dobbiamo concentrarci su quel che conta: Trump e i repubblicani hanno tolto l’assistenza sanitaria a milioni di americani. La guerra intestina tra democratici è una follia, e deve finire”. Che ci riescano, è una partita ancora tutta da vedere.

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