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La crisi tridimensionale di Tunisi, tra rischio default e svolta politica

di Alessandro Giuli

A seguito della guerra russo-ucraina, la Tunisia rischia di dover affrontare una grave crisi relativa a cibo, energia e finanza, che potrebbe innescare profonde tensioni sociali. L’analisi di Alessandro Giuli

Una spirale inflattiva senza precedenti aggravata dal conflitto russo-ucraino, il rischio parallelo d’una diffusa ed esiziale insolvenza bancaria e una “torsione autoritaria” cronicizzatasi di fronte alla quale l’opposizione al presidente Kaïs Saïed comincia a organizzarsi in vista del voto referendario di luglio e – almeno in teoria – delle elezioni politiche fissate a dicembre. Questo il quadro della Tunisia al cospetto degli osservatori internazionali concentrati sull’arco di crisi che da Kiev si proietta anche sul Maghreb. Sullo sfondo c’è il rapporto delle Nazioni Unite (Global Impact of war in Ukraine on food, energy and finance systems) secondo il quale il 70 per cento delle economie africane è gravemente a rischio a causa della guerra provocata da Vladimir Putin e sarà chiamato ad affrontare “una crisi tridimensionale” – l’espressione è del segretario generale Antonio Guterres – in cui “cibo, energia e finanza” rischiano di rivelarsi i combustibili di gravi tensioni sociali.

La Tunisia rappresenta per certi versi un caso emblematico, sia pure in uno scenario nel quale a patire le conseguenze più forti sono i Paesi subsahariani (gli agricoltori della Costa d’Avorio hanno appena lanciato un appello al governo affinché aumenti le scorte di fertilizzanti di fronte a un fabbisogno non più sostenibile con le esportazioni dall’est Europa, laddove Russia, Ucraina e Bielorussia producono un quinto della materia prima sui mercati mondiali). La Banca africana per lo sviluppo ritiene altamente credibili, se non sottostimate, le stime pubblicate dall’Onu: 1,7 miliardi di persone in 107 economie sono “esposte ad almeno uno dei tre rischi evidenziati dal Global Crisis Response Group” che fa capo alle Nazioni Unite.

A Tunisi nel frattempo il Ramadan è stato caratterizzato da un crollo dei consumi cerealicoli (a causa della penuria di farina, malgrado i sussidi di Stato continuino a calmierare il prezzo del pane) e più in generale del potere d’acquisto della classe media, il cui stipendio si attesta sui 400 dinari (circa 125 euro). Da Palazzo Cartagine, tuttavia, Saïed si mostra sicuro di sé e, in occasione della festa nazionale delle forze di polizia, ha rivendicato il recente scioglimento dell’assemblea parlamentare (già esautorata il 25 luglio scorso) come un atto necessario a fronteggiare “i cospiratori che parlano di dittatura e si atteggiano a eroi”. Di un certo rilievo, di là dalla retorica di circostanza, è stato il riferimento agli “avversari di un tempo che oggi si stanno alleando sperando di spartirsi il potere”. Il capo dello Stato si riferisce alla possibilità non più irrealistica che l’opposizione islamista di Ennahda, presieduta dall’anziano leader Rached Ghannouchi, finisca per saldarsi con il partito progressista di Ahmed Néjib Chebbi (Al Amal), come farebbe pensare un recente incontro tra i due leader. Obiettivo: valutare la possibilità di creare un “fronte di salvezza nazionale”. A far da traino, il blocco sindacale all’Unione generale tunisina del lavoro (Ugtt) guidata dal segretario generale Noureddine Taboubi. La generica disponibilità a un confronto offerta da Saïed in vista delle consultazioni costituzionali, peraltro, è stata accolta con scetticismo dal partito di sinistra Echaâb ed è stata nettamente respinta da Abir Moussi e dal suo Parti destourien libre (nostalgico di Ben Ali e Habib Bourghiba).

Se pure non bisogna dimenticare che stiamo parlando di un corpo politico debole e parzialmente delegittimato da un tasso d’astensionismo che alle ultime elezioni si è attestato intorno al 51%, si fa strada l’impressione che un movimento carsico di dissenso sociale potrebbe presto trovare il proprio approdo in una rappresentanza più coesa di quanto creda Saïed. Tutto ciò, a maggior ragione, se le previsioni dell’agenzia di rating Fitch troveranno conferma nell’insolvenza di alcune fra le 23 banche tunisine. Con un’inflazione che ha toccato il 7,2% a marzo e un tasso di crescita già rivisto al ribasso (dal 3,4 % al 2,3 % nel 2022 et dal 3,6 al 2,5 % en 2023), la prospettiva al rialzo dei costi energetici d’importazione (87,2 nel primo trimestre dell’anno) prefigura uno choc che avrà ricadute pesantissime sui crediti bancari industriali (pari al 44% del volume complessivo nel 2021). Fitch si attende un’impennata del 14% per i crediti deteriorati (NPL). In assenza di un intervento dalla Banca centrale tunisina, le cui misure di sostegno legate all’emergenza pandemica sono ufficialmente terminate nel 2021, gli analisti consigliano una ristrutturazione urgente dell’intero sistema creditizio parcellizzato in soggetti troppo piccoli, fragili e dipendenti dalla mano pubblica, sebbene poco esposti rispetto ai mercati internazionali. Diversamente, più che l’opposizione politica potrebbe essere o spettro del default finanziario a incendiare l’estate referendaria di Tunisi.

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