La ‘dottrina Carney’ scombina il menù. Le possibili risposte di una nuova Ue. Il ruolo dell’Italia.
Dopo aver spiegato chi è Carney e da dove viene, ora serve spiegare la sua ‘dottrina’ e le sue possibili conseguenze su gli assetti geo-politici del mondo occidentale democratico.
La ‘dottrina Carney’: se non siedi a tavola, sei nel menù
Rileggendo il suo discorso a Davos del 26 gennaio 2026, la parte più profonda dell’intervento di Carney non riguarda la questione – allora ancora assai ‘calda’ del contenzioso tra Usa e Nato sul dominio della Groenlandia – ma quella dedicata al tramonto dell’ordine internazionale, “basato sulle regole”, nato dopo la II Guerra Mondiale e costruito su norme, trattati e istituzioni (ONU, FMI, WTO).
“Una storia, in parte, falsa – ammette Carney – perché sapevamo già che i più forti si sarebbero auto-esentati, da tale ‘ordine’ internazionale, quando a loro conveniva”.
“Ecco perché le regole internazionali valevano in modo ‘asimmetrico’ e il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’accusato o della vittima. Una finzione utile perché, in cambio, l’egemonia Usa contribuiva a fornire benefici, un sistema finanziario ‘aperto’, sicurezza collettiva e sostegno a strutture multilaterali per la risoluzione delle controversie”. Carney dice che “l’egemonia Usa contribuiva a fornire benefici per molti Paesi: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, scurezza collettiva a sostegno di strutture che servivano a risolvere la risoluzione delle controversie”.
“Abbiamo voluto credere a quella bugia”, dice Carney, citando il saggio del dissidente ceco – e primo presidente della Repubblica Ceca post-comunista, Vaclav Havel (“Il potere dei senza potere”, 1978) – che esponevano il cartello “Proletari di tutti i Paesi unitevi!”, pur sapendolo ‘falso’…
“Accettavano, così, essi, di vivere nella ‘menzogna’, consentendo al ‘sistema’ di sopravvivere. Anche noi, dice Carney, “abbiamo messo il cartello in vetrina”, consentendo al ‘sistema’ (in questo caso, non quello ex comunista, ma quello costruito dagli Usa) di sopravvivere. “Evitando di denunciare le discrepanze tra retorica e realtà”, invocando l’ordine, basato sulle ‘regole’, come se ancora davvero funzionasse. “E’ tempo di smetterla”, dice Carney: “siamo nel mezzo di una rottura dentro la quale le grandi potenze usano l’integrazione economica come arma, le strutture finanziare come coercizione, le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare”.
“In un mondo di rivalità tra grandi potenze – per Carney – i paesi intermedi hanno una scelta: competere per il favore dei più forti unirsi per creare una ‘terza via’ capace di incidere. Non dovremmo permettere che l’ascesa della forza bruta ci accechi rispetto al fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole resterà forte, se sceglieremo di esercitarlo insieme. Sappiamo bene tutti che il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo rimpiangerlo. La nostalgia non è una strategia. Crediamo, però, che dalla frattura si possa costruire qualcosa di più grande, più forte, migliore, più giusto. Questo è il compito delle potenze medie, i paesi che hanno più da perdere da un mondo di fortezze e più da guadagnare da una competizione autentica, I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, chiamare la realtà con il suo nome, costruire la nostra forza, nelle nostre patrie, e agire insieme”.
Mann, la Montagna incantata e ‘il bullo’. La rottura dell’ordine internazionale è “l’elefante nella stanza”.
Volendo fare un paragone ardito quanto letterario, se Thomas Mann dovesse, oggi, riscrivere la sua ‘Montagna incantata’, il suo famoso ‘sanatorio’ non ospiterebbe più intellettuali in declino di fronte al harakiri del Continente, ma leader globali regrediti a uno stadio infantile, affetti dall’incapacità cognitiva di affrontare la nuova realtà.
Al centro della scena c’è Donald Trump, ‘il bullo’, che – privo di super-Io come di qualsiasi senso della vergogna (concetto freudiano) – è il ‘bambino’ che dice ‘il re è nudo’. Ha intuito, prima degli altri, che la forza ‘emotiva’ della ‘Rabbia’ conta infinitamente di più della realtà dei fatti. Incarna il paziente psicotico che afferma una cosa e, subito, la contraddice nella frase successiva, senza alcun imbarazzo (o, avrebbe detto Freud, ‘pudore di sé’). Lo fa per il piacere (brutale) di dimostrare che esiste solo la sua volontà di potenza e che la coerenza e la legalità sono (inutili) vincoli per i deboli. Il suo obiettivo non è l’ordine, ma il caos.
In questo scenario di regressione collettiva, priva di storia come di memoria, la figura di Carney si staglia come quella dell’adulto e, dunque, “dell’elefante nella stanza”.
La rottura dell’ordine internazionale e la necessità di trattate con pazienti difficili, come è Trump, del nuovo (disordine) internazionale, indica la necessità di una terapia d’urto che parta da un puro dato di realtà (da cui Havel).
Proiettata sullo scenario internazionale, l’immagine è forte, potente. E’ lo specchio del cartello che le democrazie occidentali hanno esposto in vetrina, per troppi decenni, per segnalare la propria lealtà a un ordine internazionale, basato sulle regole, che oggi, ormai da anni, di fatto non esiste più. Anche se, come ammette lo stesso Carney, “sapevamo tutti che era solo una finzione”. Parafrasando Tucidide (“Discorso degli Ateniesi ai Meli”), Carney ricorda che “l’ordine internazionale basato sulle ‘regole’ sta svanendo. I forti possono fare ciò che possono e i deboli devono subire ciò che devono”. Non resta che prenderne atto. Per i leader occidentali, al netto delle citazioni colte, peraltro non sempre comprensibili (Havel, Mann, Tucidite…), il discorso di Carney è la semplice dimostrazione che il re è nudo. E che, per ri-vestirlo, servono occhiali e occhi nuovi.
Cosa può fare l’Europa? Una cooperazione rafforzata.
Nell’ambito di quella che Carney definisce la “positiva collaborazione tra potenze intermedie”, pur restando il Canada un Paese trans-atlantico (più vicino agli Usa che alla Ue), la soluzione è una sola: rinforzare la cooperazione (strategica, militare, politica, economica, sociale) nella Ue e tra singoli Paesi Ue, rafforzando soprattutto politiche della Difesa (militari e non solo quelle) seriamente comunitarie.
Non si tratta di ‘sostituire’ gli accordi difensivi della Nato, che restano validi, fino a prova contraria, ma di aumentare la capacità (militare, soprattutto) dei singoli Paesi, oggi troppo dipendenti dagli Usa. Un obiettivo che, però, richiede non solo più risorse finanziarie, ma soprattutto una maggiore integrazione delle industrie belliche e il coordinamento, sempre più stretto, di tecnologie, industrie e infrastrutture militari. La via più semplice sono accordi intergovernativi tra paesi Ue, innanzitutto, ma anche aperti a paesi extra-Ue come Gran Bretagna, Norvegia, Canada.
La direttrice passa anche nel ‘piano Draghi’ e ‘piano Letta’ che sono stati presentati all’incontro informale dei leader Ue che si è tenuto al castello di Alden Biesen il 12 febbraio. E se resta pur vero che la Ue, e la Nato, paradossalmente, non sono mai state così forti come adesso, resta il punto: la Ue, e i paesi intra-atlantici, non possono più aspettare. Come direbbe Cesare, Hic Rhodus, hic salta. Il tempo è ora.
Certo, il rischio è quello di indebolire le istituzioni europee e la cooperazione tra i Paesi membri (per capirsi: scontando l’ostilità di Ungheria e altri), invece di rafforzarle. Il rischio, cioè, è quello di creare una Europa a due velocità. Il che vuol dire accettare di perdersi qualche Paese per strada. Ma come Carney si espone al rischio della ‘padella’ (gli Usa) e della ‘brace’ (la Cina), anche la Ue deve prendere il toro per le corna. Decidere della sua autonomia strategica, industriale, commerciale e, anche, soprattutto, militare, o perire. Un rischio che vale davvero la pena di correre.
E l’Italia? Il protocollo di intesa tra Germania e Italia, anche nella cooperazione militare, è un (deciso) passo in avanti in questa direzione: contiene molte dichiarazioni strategiche importanti e per nulla scontate. Ma ora bisogna passare dalle parole ai fatti. Bisogna lavorare in tale senso. Superare i ciechi egoismi nazionali, creare una vera Industria della Difesa Europea, aperta non solo ai Paesi Ue, ma anche ai Paesi extra-Ue (fuori dai confini della Ue), come Canada, Gran Bretagna, Norvegia, Balcanici, pure la Turchia), come dice, sempre più di frequente, e da tempo, l’attuale ministro italiano alla Difesa, Guido Crosetto, e trasformare debolezze in opportunità, fragilità in forza. Perché solo in questo modo, e cioè sedendosi alla propria tavola, quella che tu ti apparecchi, eviti di finire nel menù.
Fonti citate nell’articolo:
“Reagire al trumpismo si può”. Il discorso di Mark Carney a Davos (da “Il Foglio quotidiano” del 22 gennaio 2026).
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