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La Libia al crocevia del futuro

di Daniele Ruvinetti

Con l’elezione a primo ministro di Fathi Bashaga, la Libia si appresta a voltare pagina. I possibili sviluppi di questa nuova fase nell’analisi di Daniele Ruvinetti

Hussein Eddeb/Shutterstock.com

L’elemento centrale dietro all’elezione a nuovo primo ministro libico di Fathi Bashaga è una rinnovata convergenza tra Est e Ovest. Il nuovo premier e il governo che tra poche settimane vedremo all’opera nascono infatti da un accordo tra Tripolitania e Cirenaica — accordo che invero coinvolge anche il Fezzan —, diventato pubblico qualche settimane fa con l’incontro a Bengasi tra l’ex vicepresidente del Governo di accordo nazionale (GNA), Ahmed Maiteeg, Khalifa Haftar e lo stesso Bashaga.

Non a caso, appena dopo il voto di fiducia della Camera dei Rappresentanti (HoR) di Tobruk, il nuovo primo ministro si è recato a Tripoli in aereo affiancato dallo stesso Maiteeg. I due politici di Misurata hanno scelto la compattezza per permettere a Bashaga di ottenere un voto più ampio possibile dai parlamentari, affinché il nuovo primo ministro avesse il massimo della legittimazione. A giudicare dal voto unanime ricevuto all’HoR dal premier nominato, questo primo passaggio è riuscito.

Il largo supporto politico dà a Bashaga (e al governo che sta formando) l’approvazione necessaria per un passaggio delicato: la sostituzione dell’attuale premier Abdelhamid Dabaiba. Nominato all’inizio dello scorso anno dal Foro di dialogo politico libico, l’organismo onusiano creato per dare attuazione al cessate il fuoco dell’autunno 2020, Dabaiba aveva l’incarico di guidare il cosiddetto Governo di unità nazionale con l’incarico, ad interim, di portare il Paese al voto nella data fissata per il 24 dicembre 2021.

Le elezioni sono saltate per ragioni tecniche (e per volontà interne), rinviate per il 24 gennaio e saltate di nuovo. Ora la road map pensata dal parlamento prevede di fissare parlamentari e presidenziali entro 14 mesi. Un periodo di tempo in cui la permanenza al governo di Dabaiba, il cui mandato è ufficialmente scaduto il 24 dicembre scorso, avrebbe prodotto uno stallo politico.

Dabaiba però ha detto che "non accetterà nessuna nuova fase di transizione o autorità parallela" e consegnerà il potere solo a un governo eletto: è una posizione pericolosa se si considera che la fiducia accordata dall’HoR al nuovo premier ha la stessa forma politica di quella conferita a lui.

Gli equilibri attorno a questo aspetto sono cruciali. L’eventualità di un doppio governo — già esperienza sciagurata in Libia — è un rischio insostenibile, giacché si finirebbe per interrompere l’avviato processo di stabilizzazione.

Su questo, un ruolo centrale lo avranno anche le potenze esterne che da tempo condizionano le dinamiche libiche: ne hanno parlato a Roma ambasciatori e direttori politici dei ministeri degli Esteri del gruppo di Paesi P3+2 (Francia, Regno Unito e Stati Uniti, più Germania e Italia), in un incontro che si è svolto martedì 8 febbraio, in cui erano presenti anche rappresentanti di Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia e Russia, con il consigliere speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per la Libia, Stephanie Williams — che lunedì 6 aveva avuto anche un bilaterale con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Bashagha è arrivato a Tripoli impegnandosi "ad aprire un nuovo capitolo" e a "raggiungere tutti" i libici — che, bisogna tenerne conto, devono rimanere il principale interesse nel Paese. Ringraziando Dabaiba per il suo lavoro, il nuovo primo ministro si è detto "fiducioso" che il GNA avrebbe "rispettato i principi democratici" e consegnato il potere.

Se entro quattordici mesi avremo un presidente e un governo eletto, e un nuovo parlamento, democraticamente passati per le urne, tutto dipenderà da questa fase.

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