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La nuova politica estera “pragmatica” della Turchia

di Daniele Ruvinetti

La Turchia sta esercitando un ruolo nuovo, più pragmatico, negli scenari di tensione del Mediterraneo. Rilanciando le proprie iniziative diplomatiche sia sul versante della guerra in Ucraina che riaprendo canali di dialogo con le principali potenze dell’area. Il punto di vista di Daniele Ruvinetti

L'arrivo della fregata turca "Kemalreis" al porto di Haifa ha marcato, a inizio settembre, l’ufficializzazione della riapertura delle relazioni diplomatiche tra Israele e Turchia. Questo riavvicinamento segue una serie di contatti diretti di alto livello (come la visita dell’ex ministro degli Esteri, ora premier, Yair Lapid ad Ankara) e la ripresa di alcune forme di cooperazione (come la collaborazione per fermare possibili piani malevoli con cui pare che uomini collegati ai Pasdaran volessero compiere attentati contro israeliani sul suolo turco).

Ma, soprattutto, il riavvio di queste relazioni segna un altro passaggio dell’impegno internazionale turco. Basti pensare che la Kemalreis – la prima nave militare turca a mostrare la bandiera in un porto israeliano dal 2010 – era parte di un dispiegamento operativo NATO che stava manovrando nel Mediterraneo orientale. Un'area in cui Ankara vuol far valere le proprie ambizioni marittime (e dunque geopolitiche) anche in contrasto con un altro membro NATO: la Grecia.

Il presidente Recep Tayyp Erdogan ha intrapreso la strada del dialogo pragmatico, sostituendola a quella del confronto aspro. Sebbene la narrazione richieda comunque una parte di retorica più forte, ci sono svariati esempi recenti, oltre al caso israeliano, che dimostrano come Ankara abbia rimodulato la traiettoria del proprio coinvolgimento internazionale. Una ri-programmazione probabilmente frutto della sovrapposizione del fattore elettorale – il prossimo anno si voteranno le presidenziali – con quello economico. Che è appunto l’elemento più forte tra quelli che potrebbero influire sulla continuità al potere di Erdogan e del suo partito.

La Turchia è infatti in una condizione economica difficile: ha un’inflazione da record mondiale, un livello di occupazione basso e una crescita rallentata. Elementi che toccano le tasche dei cittadini, ossia degli elettori. Stante ciò, diventa strategico sul piano interno evitare rischioso avventurismo ed eccessivo coinvolgimento, avviando piuttosto forme di dialogo anche finalizzate al rilancio economico commerciale.

È il caso del dialogo con Emirati Arabi Uniti e, soprattutto, Arabia Saudita. Ankara ha per lungo tempo interpretato le visioni anti-status quo della Fratellanza musulmana, che segnano una concezione del mondo sunnita in opposizione a quella di Abu Dhabi e Riad. Ma adesso queste forme di divisione ideologica vengono messe da parte nell’ottica di un ri-avvicinamento pragmatico che sembrerebbe avere come necessità la costruzione di link economici (investimenti, scambi, joint venture).

Qualcosa di simile è accaduto con l’Egitto, sebbene Il Cairo, a differenza dei colossi economici del Golfo, viva una fase di difficoltà. Ankara ha accettato di riaprire i collegamenti con la presidenza al Sisi. Quanto durerà questa fase non è possibile capirlo adesso, ma intanto se ne potrebbero incassare i benefici a cavallo del Mediterraneo allargato, che anche per questa rimodulazione della postura internazionale e regionale turca potrebbe diventare un bacino geopolitico più stabile. Si può prendere come altro esempio la crisi (militare e soprattutto umanitaria) etiope. Durante una visita ad Addis Abeba, Erdogan si è proposto come mediatore per la guerra nel Tigray, che nel frattempo è nuovamente esplosa in forma violenta.

Il presidente turco ha colto anche l’opportunità offerta dall’invasione russa in Ucraina per trovare un altro terreno diplomatico internazionale in cui muoversi sia a beneficio dell’Onu (vedere la vicenda della riapertura dei flussi commerciali del grano), sia occidentale. Il presidente turco è riuscito a farsi percepire come attore indispensabile per mediare una futura pacificazione russa. Ha sostenuto che chiederà a Vladimir Putin “passi importanti”, si muove a fianco del segretario onusiano Antonio Guterres e rafforza così il suo standing internazionale.

Washington e Bruxelles, che con Mosca hanno maggiori difficoltà di dialogo, accettano questo ruolo turco. Contemporaneamente accettano che Erdogan si muova con la Russia in percorsi come il processo di Astana, e che porti avanti attività come quelle al nord siriano – dove la campagna securitaria contro i curdi alleati del PKK ha anche in quel caso valore politico interno.

A quanto pare Ankara sta cercando di bilanciare i propri interessi investendoli attraverso obbligazioni politico-diplomatiche sul piano internazionale. Per ora il piano del presidente turco sembra funzionare, sebbene presenti sia punti di vulnerabilità che di indubbia forza.

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