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La partita in corso tra Cina e India tra tensioni e commerci

Competizione strategica e scontro ai confini: mentre crescono gli scambi commerciali, tra India e Cina aumentano le tensioni

È molto probabile che il nuovo mandato da primo ministro di Narendra Modi sarà caratterizzato da un aumento dell’assertività cinese nei confronti dell’India, con New Delhi che dovrà bilanciare il complicato rapporto con Pechino. Perché a fronte delle relazioni commerciali che restano buone, il livello di competizione tra i due paesi invece aumenta. Come dimostra il fatto che, mentre si tira il bilancio del 2023 con gli scambi che sorpassano i 136 miliardi di dollari, nuovi scontri sul confine himalayano riempiono le cronache parallelamente al confronto aperto nell’Oceano Indiano.

Nei quattro anni che hanno seguito l’acceso scontro tra soldati indiani e cinesi nelle altezze ghiacciate della valle Galwan del Ladakh — dove diversi militari rimasero uccisi dalle armi bianche con cui le due parti sono equipaggiate per evitare escalation lungo la cosiddetta Lineq di Controllo Effettivo (acronimo internazionale: LAC) — ci sono stati 20 cicli di colloqui militari e 13 cicli di discussioni guidate dai funzionari dei ministeri degli Esteri. Ma non c’è una soluzione, anzi le tensioni si sono recentemente riaccese con scaramucce a colpi di sassate e bastoni.

200 mila soldati sono infatti schierati dai due stati lungo i 3500 chilometri di confine, in cui si sono verificati episodi di landgrabbing prodotto dalla rapida espansione degli insediamenti cinesi all’interno del Bhutan, il vicino settentrionale dell’India (le cui immagini sono emerse pubblicamente a maggio). Ma vi sono altri segnali delle tensioni esistenti: dalla lunga assenza di comunicazione tra Modi e Xi Jinping, con il cinese che ha scelto di non partecipare nemmeno al G20 indiano dello scorso anno; alla vicenda del cambio di nomenclatura nell’Arunachal Pradesh, con Pechino che per rivendicare tali aree ha scelto di denominare alcuni delle città in cinese, misura a cui New Delhi risponde con un tit-for-tat diretto in Tibet (aspetto che riapre una questione delicatissima per la Cina, già tesa in questi giorni per la recente visita parlamentare americana dal Dalai Lama).

Il sostegno indiano al leader e ai rifugiati tibetani è tra l’altro uno dei grandi temi di frattura che divide due delle civiltà più antiche del mondo, le prime due potenze demografiche, entrambe dotate di armi nucleari, sempre più distanti anche perché i loro sistemi politici sono divergenti: l’India democratica e la Cina comunista. La Cina rivendica ampie zone del territorio indiano, inclusi il territorio delll’Unione di Ladakh nel nord-ovest e lo stato dell’Arunachal Pradesh nel nord-est. Ma Pechino ha anche aspirazione a considerare il Sudest e l’Oceano Indiano come parte della sua sfera di influenza. Ed è chiaro come questo entri in conflitto con la visione storica dell’India, che vede il subcontinente indiano e l’oceano omonimo come parte della sua proiezione geopolitica diretta. Tanto più adesso, che New Delhi ambisce a essere un attore globale. Ed è qui un’altra dimensione di contrapposizione, perché entrambi i Paesi cercano di porsi come interlocutore principale a quel mondo identificato come Global South.

Inoltre, il decennio di governo Modi ha portato l’India a stringere la cooperazione con l’Occidente, innanzitutto gli Stati Uniti. Collaborazione che come ha dimostrato anche la recente riunione dell’iCET (acronimo di initiative on Critical and Emerging Technology) ruota molto attorno alla costruzione di una catena di approvvigionamento su terre rare e semiconduttori, e in generale tecnologie emergenti e industria militare, al sicuro dalla Cina. Un modo con cui l’India immagina il suo sviluppo e il suo futuro.

Gli indiani percepiscono la Cina come più aggressiva a seguito del suo crescente potere economico e militare, anche perché sembra esserci una correlazione tra l’impressionante crescita economica della Cina e la sua propensione a mostrare la forza. Quando i leader indiani e cinesi si incontrarono e firmarono una serie di accordi nel 1988 per migliorare le relazioni reciproche, la differenza tra le dimensioni delle economie dei due Paesi era trascurabile. È solo con l’allargarsi di questo divario che la Cina ha iniziato a cercare di imporsi su New Delhi — che sta reagendo. Anche perché la pressione che la Cina sta esercitando nel tentare di penetrare nell’Asia meridionale è una novità storica. Per esempio: ai tempi della Guerra Fredda, sia Usa che Russia riconoscevano quell’area di influenza indiana come intoccabile, invece adesso Pechino lavora per portare nel suo insieme Bangladesh, Sri Lanka, Nepal, Maldive e chiaramente Pakistan (nemico indiano). Di questi Paesi, la Cina è diventata primo partner economico; e politici pro-Cina (e anti-India) hanno vinto le elezioni in Nepal, Sri Lanka e Maldive.

La strategia della Cina, sia continentale che marittima, è stata a lungo immutata: modificare lo status quo sul campo e costringere l’altro ad accettare la nuova realtà. Storicamente, l’India ha risposto con la sua moderazione strategica, evitando l'escalation e cercando di risolvere le dispute con forme diplomatiche discrete, anche di fronte a screzi tra le truppe di confine. Tuttavia, l'approccio dell'India è cambiato dopo gli scontri violenti nella Valle di Galwan nel Ladakh nell'aprile 2020, che hanno causato vittime da entrambe le parti. Da allora, New Delhi si è rafforzata, aumentando la presenza militare lungo il confine e respingendo le intrusioni militari cinesi nel 2021 e 2022, e ha iniziato a denunciare pubblicamente la Cina per le interruzioni nelle relazioni.

Per dimostrare la sua disponibilità a confrontarsi con la Cina se necessario, l'India ha riconosciuto apertamente il sostegno americano per migliorare le sue tecnologie di intelligence, sorveglianza e ricognizione, oltre al supporto logistico (gli Stati Uniti in effetti hanno fornito supporto informativo critico all'India dal 2020, insieme a dichiarazioni pubbliche di sostegno). E New Delhi si è anche spostata in modo più proattivo verso il Mar Cinese, creando partnership con Singapore, Vietnam e Filippine (che adesso sono nel mirino di Pechino). Di più: l'India ha anche vietato quasi 200 app Made in China, tra cui TikTok, e accusato aziende cinesi come di telecomunicazione di violare le leggi di sicurezza nazionale.

La partecipazione attiva a iniziative come il Quad (con Usa, Giappone e Australia) segna il passo delle dinamiche geopolitiche tra India e Cina, dato che il quadrilatero di cooperazione per la sicurezza — che negli ultimi cinque anni si è implementato anche grazie alla volontà di Modi — è percepito come un elemento di massima ostilità da Pechino, che ne percepisce le capacità di contenimento. Questa forma di contenimento potrebbe avere un problema: il mare. L’India ha sempre dato priorità alla sfera terrestre, sicura dell’influenza sulla fascia marittima fosse scontata, ma la sfida cinese attualmente è di altro genere, vista la mostruosa spinta che Pechino sta dando al settore marittimo — militare, civile, ibrido. Le alleanze servono anche a questo per l’India, perché per primi gli americani percepiscono che nell’Indo Pacifico si gioca una partita di geopolitica marittima.

La stessa India ha riscoperto tale dimensione, ma questo pone New Delhi davanti al dilemma strategico lungo quei 3500 chilometri di confine. E a ciò si lega l’aumento degli investimenti nel settore militare, con l’obiettivo di raggiungere capacità e preparazione multi-dimensionale. Per tale ragione, al momento dei tre scenari più possibili quello del mantenimento del delicatissimo status quo è il più probabile: né l’India né la Cina hanno interesse per un’escalation (cui sono in parte impreparate), ma cercheranno di gestire i rapporti consapevoli delle costanti intersezioni tra sfera economica e geopolitica. Più difficile immaginare uno scontro aperto, di cui nessuno dei due Paesi avrebbe interesse a testare le potenziali derive. Anche per questo, è improbabile anche che gli scontri si muovano su un livello di bassa intensità ai confini terrestri — perché potrebbero scivolare in situazioni incontrollabili in generale.

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