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La Russia e la Cina nel nucleare africano

di Emanuele Rossi

Cresce il numero dei Paesi africani con idee di sviluppo di un programma nucleare e contestualmente aumentano i progetti di collaborazione con Russia e Cina. L’analisi di Emanuele Rossi

Richard van der Spuy / Shutterstock.com

La guerra russa in Ucraina ha scombussolato il mercato energetico, e anche per alcuni Paesi africani questo contesto internazionale, abbinandosi all’aumento della domanda interna di elettricità, richiede scelte di carattere strategico. Sempre più nazioni pensano allo sviluppo di un programma nucleare, e contemporaneamente crescono i progetti di collaborazione con Cina e Russia – che trovano anche questa via per espandere la propria presenza nel continente africano.

Il 20 luglio, durante la cerimonia inaugurale dell’avvio dei lavori per la prima centrale atomica egiziana a Dabaa (nel nord del Paese), il direttore della Rosatom, Alexei Likhatchev, ha definito il progetto “il più grande progetto di cooperazione russo-egiziana dopo la diga di Assuan”. A distanza di meno di un mese è stato poi annunciato che il 19 novembre inizieranno i lavori per il secondo reattore (saranno quattro in tutto). Secondo la dichiarazione congiunta di governo egiziano e società appaltatrice, l’impianto di El Dabaa utilizzerà sistemi ad acqua pressurizzata, i migliori che può offrire la Rosatom, simili a quelli delle centrali nucleari russe di Novovoronezh e Leningrado. Ossia, porterà l’Egitto su un buon livello qualitativo nelle tecnologie di approvvigionamento energetico, e darà al Cairo una potenza di 4800 Megawatt, quando sarà a pieno regime nel 2030.

In un Paese che soffre la pressione dell’inflazione, in primo luogo quella alimentare, e il peso dei cambiamenti climatici, nonché pressato da instabili contesti geopolitici perimetrali (dalla Libia alle tensioni con l’Etiopia per la diga GERD), questo genere di sviluppi ha un’importanza nevralgica, perché garantisce alla presidenza capacità di interazione con le proprie collettività. Mosca, che ha fiutato l’opportunità sin dalla firma dell’accordo nel 2015, garantisce, oltre alla tecnologia, un prestito da 25 miliardi di dollari, in grado di coprire l’85 per cento del progetto – e creare un legame duraturo.

In Africa, al momento, l’unica centrale atomica attiva si trova in Sudafrica, ma oltre all’Egitto anche l’Uganda ha già iniziato i lavori di costruzione (sempre tramite un appalto vinto dalla Rosatom). Ci sono poi altri sette paesi – Kenya, Nigeria, Algeria, Ghana, Marocco, Sudan e Tunisia – che hanno annunciato i piani per dotarsi di sistemi nucleari entro il 2030. Altre 16 nazioni africane potrebbero essere pronte entro il 2050. Un punto in comune, una costante, è la presenza di Russia e Cina come fornitori di “sostegno tecnologico” (ma anche politico) per questi progetti – che hanno come obiettivo l’ottenimento dell’approvvigionamento energetico, e dunque mirano ad offrire un elemento cruciale per la crescita di quei Paesi (e a permettere a russi e cinesi di essere parte operativa di questa).

Secondo le previsioni delle Nazioni Unite, la popolazione africana aumenterà di circa il 70 per cento entro il 2050, raggiungendo i 2,5 miliardi. Il fabbisogno energetico dovrebbe crescere di conseguenza. A giugno è uscito un rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia che stima come la domanda di energia dell’Africa crescerà del 75 per cento già in questo decennio (entro il 2030). Secondo lo stesso report, circa 600 milioni di persone non hanno ancora accesso all’elettricità, e questo crea gap interni complessi da gestire. Anche perché quei Paesi si trovano costretti per ora a vendere parte delle proprie risorse per fare cassa.

L’impianto sudafricano di Koeberg, vicino a Città del Capo, non resterà unico a lungo, dunque. La Nigeria – il più grande Paese africano per popolazione, con oltre 200 milioni di abitanti, la cui economia è destinata entro il 2050 a registrare un’esplosione positiva – ha aperto a marzo la gara d’appalto per una centrale nucleare da 4.000 MW; il Ghana ha in programma di scegliere un sito per un nuovo impianto nucleare entro la fine dell’anno. Su entrambi la Russia è in testa come potenziale scelta, forte di memorandum di cooperazione che risalgono a un decennio fa; entrambi opera della Rosatom.

La società nucleare statale russa ha anche intese simili con l’Etiopia, la cui conflittualità interna è attualmente un problema, ma che ha outlook di crescita buoni, anche connessi alla potenzialità demografica (è la seconda popolazione più numerosa dell’Africa). Lo stesso con lo Zambia (ricco di metalli da usare come contropartita, se servirà) e con il Marocco (con cui il memorandum risale al 2017). E non c’è solo l’appalto diretto: la Rosatom sta lavorando con questi Paesi anche sul piano culturale, promuovendo centri di formazione e specializzazione sulla fisica nucleare e sull’ingegneria civile (collegata alle centrali).

Non è diverso il caso cinese: nel 2015 il China General Nuclear Power Group ha accettato di collaborare con il Kenya per la costruzione di una centrale nucleare e l’anno successivo la China National Nuclear Corporation ha firmato un accordo quadro con il Sudan. Non è chiaro come questi piani possano tradursi in progetti esecutivi nel breve periodo, ma si tratta di impostazioni di carattere strategico, che dunque traguardano un percorso temporale più lungo.

Per Mosca e Pechino la cooperazione sul nucleare ha un valore: approfondisce i rispettivi legami con quei Paesi africani che attualmente sono delle realtà ricche di risorse, e in futuro diventeranno anche delle nazioni sviluppate e maggiormente attive sul panorama internazionale. L’assistenza alla creazione di un ecosistema energetico tale da accompagnare (o meglio permettere) questo sviluppo dà forza a Russia e Cina per crearsi un’ulteriore leva diplomatica verso quegli stati africani.

Un esempio concreto: a marzo, solo la metà dei circa 50 Paesi africani ha votato a favore di una risoluzione delle Nazioni Unite che condannava l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Sullo sfondo due ulteriori scenari critici: la gestione delle scorie nucleari, sia sotto gli standard di sostenibilità che di sicurezza; e poi il rischio che dai programmi civili qualche Paese pensi di allargarsi al mondo del nucleare militare, creando una spinta alla corsa agli armamenti in Africa.

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