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La scarsità idrica in Medio Oriente: una sfida per la regione e per le sue relazioni multilaterali

di Giorgia Perletta

Come la scarsità d’acqua può incidere sulle relazioni bilaterali e multilaterali tra i paesi dell’area MENA. L’analisi di Giorgia Perletta

La scarsità d'acqua è un problema persistente in diverse parti del mondo e colpisce soprattutto i paesi classificati come aridi e semiaridi. Il Medio Oriente e il Nord Africa (MENA) presentano un quadro preoccupante e la penuria idrica non solo interessa i singoli stati della regione, ma condiziona anche le relazioni bilaterali e multilaterali a causa della competizione sui fiumi transfrontalieri, ovvero quei corsi d’acqua che attraversano o si trovano lungo i confini politici, economici e sociali di due o più stati. Secondo le Nazioni Unite, la regione MENA ospita 15 dei 20 paesi al mondo più esposti a stress idrico, e il 6% della popolazione mondiale che vi risiede riceve solo il 2% dell'acqua dolce rinnovabile del pianeta. Se i cambiamenti climatici, causati inequivocabilmente dall’azione umana, costituiscono una causa evidente della riduzione della disponibilità e della qualità dell’acqua, le responsabilità della attuale crisi idrica sono imputabili anche alla cattiva gestione e alle politiche inefficaci messe in atto dai singoli governi.

La regione MENA presenta una serie di fattori endemici che contribuiscono a limitare l’accesso equo e sostenibile alle risorse idriche rinnovabili, come la morfologia del territorio, le vaste zone desertiche, la rapida crescita della popolazione e le elevate temperature che contribuiscono alla progressiva desertificazione e all’evaporazione dell’acqua dei fiumi, minacciando così sia la qualità che la quantità idriche a disposizione di un paese. Tra i problemi che rendono particolarmente vulnerabili gli stati dell’area, tuttavia, vi sono anche le tecniche obsolete di irrigazione, il deterioramento degli impianti, la cattiva governance e la scarsa pianificazione dell’estrazione delle riserve nel sottosuolo. Questi fattori impattano gravemente nel tessuto sociale, economico e demografico di un paese. Le conseguenze delle perduranti siccità e dell’aumento di domanda idrica per finalità agricole, industriali e domestiche comprendono, infatti, il rallentamento delle attività produttive e di pesca, la scarsa produttività dei terreni, e lo spostamento forzato delle comunità verso centri urbani o verso altri paesi per contrastare il mancato accesso all’acqua dolce. Allo stesso tempo, la distribuzione diseguale delle risorse idriche e lo sviluppo economico squilibrato sono un’ulteriore fonte di instabilità interna ai singoli stati. A questo proposito, è opportuno osservare il caso iracheno. I governatorati di Diyala e Bassora sono tra i più esposti allo stress idrico. La ridotta quantità di acqua nel fiume Tigri e nei suoi affluenti, ma anche la scarsa qualità della risorsa dovuta ai vecchi impianti di depurazione, hanno innescato diverse proteste popolari, e continuano ad essere la causa di forzati spostamenti degli abitanti.

In questo contesto, si inserisce anche la competizione sulle risorse transfrontaliere che diventano causa di tensione tra gli stati della regione. I paesi “a monte” sfruttano la loro posizione privilegiata a scapito di quelli “a valle”, che osservano continue riduzioni dei flussi di acqua nei loro fiumi e affluenti a causa delle politiche infrastrutturali decise arbitrariamente alla sorgente dei fiumi transfrontalieri. Quando gli stati rivieraschi soffrono di scarsità d'acqua, l'accesso alla risorsa può essere oggetto di tensioni politiche e di competizione bilaterale o multilaterale. Pertanto, gli interessi nazionali lungo i corsi d'acqua che attraversano i confini internazionali sono spesso oggetto di rivalità politica, soprattutto nelle aree già colpite dalla penuria idrica e sono più vulnerabili ai cambiamenti ambientali. È il caso che interessa, ad esempio, Turchia, Iran, Siria e Iraq. Le opere infrastrutturali, come dighe e canali di deviazione dei fiumi, nei primi due paesi hanno provocato e continuano a provocare riduzioni considerevoli d’acqua nei fiumi Tigri ed Eufrate e nei loro affluenti. Oggetto di controversie è, ad esempio, il Progetto dell'Anatolia Sud-Orientale (GAP), un complesso di dighe e centrali idroelettriche costruite in territorio turco sui fiumi appena menzionati. Il GAP è ritenuto responsabile della diminuzione di acqua in Siria e Iraq, dove la portata idrica nei bacini transfrontalieri dei due paesi si è ridotta rispettivamente del 40% e 80%. Anche le dighe iraniane costruite sui fiumi Piccolo Zab e Sirwan, affluenti importanti del Tigri che nascono sui Monti Zagros, sono ritenuti responsabili dei perduranti periodi di siccità nei governatorati orientali iracheni.

Seppur non siano ancora stati registrati casi di conflitto per l’accesso all’acqua nella regione, atteggiamenti cooperativi risultano ancora modesti e sono talvolta incapaci di gestire situazioni di crisi potenzialmente esplosive. È il caso della Nile Basin Initiative, una partnership siglata tra gli stati rivieraschi del Nilo con l’obiettivo di coordinare i 10 paesi membri ad un uso sostenibile e collaborativo delle risorse idriche comuni. Questo sforzo intergovernativo, tuttavia, appare inadeguato nel fronteggiare il decennale contenzioso tra Egitto ed Etiopia a causa della costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), avviata nel 2011. Il Cairo teme una significativa riduzione della disponibilità di acqua nel Nilo, mentre l’Etiopia, “paese a monte” e quindi geograficamente privilegiato, rivendica il diritto di sviluppare tale progetto per il proprio approvvigionamento idrico.

In conclusione, la mancanza di una legislazione vincolate sui fiumi transfrontalieri è ad oggi una delle cause di rivendicazioni unilaterali e decisioni arbitrarie che alterano non solo le relazioni bilaterali e multilaterali tra i paesi dell’area MENA, ma soprattutto le vite umane che vi abitano, limitate nel godere di un diritto universale quale l’accesso all’acqua.

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