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La sfida per il futuro del Venezuela

L'articolo di Stefano Marroni

È iniziata nel segno del duello tra due donne, la partita sulla sorte del Venezuela. A pochi giorni dal clamoroso dal blitz delle truppe speciali, che eliminando la loro scorta cubana hanno sequestrato Nicolas Maduro e sua moglie Cilia Flores per portarli in manette negli Stati Uniti, Delcy Rodirguez e Maria Corina Machado si contendono il favore politico di Donald Trump: ciascuna con solidi argomenti da far valere nello Studio Ovale, una volta acclarato che non era il ruolo marginale del paese nel traffico di cocaina il vero bersaglio di un presidente che – con l’abituale, brutale franchezza – già all’indomani dell’attacco ha scoperto le carte di una partita che per gli Stati Uniti ha come posta non solo e non tanto le enormi riserve petrolifere venezuelane (i cui costi estrattivi spaventano persino i giganti americani del Big Oil) ma il ruolo di Caracas nel sostegno a Cuba e - ancora di più - il suo strettissimo legame con la Cina.

Una volta di più, al cuore delle preoccupazioni della Casa Bianca, al centro di quel a Washington è stata ribattezzata la “dottrina Donroe”, non è una riproposizione aggiornata delle politiche protezioniste dell’Ottocento, ma il tentativo di strozzare le mire di Pechino, che nell’ultimo decennio – approfittando di quel che gli analisti hanno definito la “benigna noncuranza” delle ultime amministrazioni americane – si è mossa a tutto campo in America Latina, stringendo accordi sul tipo della “Via della Seta” con ventitré paesi del continente. Sul modello che ha funzionato egregiamente in Africa – materie prime in cambio di infrastrutture strategiche, dalle reti elettriche ai trasporti – ma che in Sud America costituisce una minaccia diretta, economica ma innanzitutto militare, per gli Stati Uniti. Senza contare il ruolo delle mafie latino americane - che in alcuni paesi è difficile distinguere dai governi nazionali, e in altri ne costituiscono un vero contropotere - nel transito verso gli Stati Uniti del fentanyl in massima parte “made in China”, dell’oppiaceo di sintesi cioè che ha trasformato il volto delle periferie di molte grandi città americane ed è responsabile della quasi totalità delle morti per overdose negli Stati Uniti.

I dati parlano chiaro. L’interscambio commerciale tra l’America Latina e la Cina è esploso dai 18 miliardi dollari del 2002 ai 480 miliardi di dollari del 2023 e coinvolge anche paesi che politicamente, nell’ultimo decennio, hanno gonfiato l’onda di piena della destra nel subcontinente, buona ultima persino l’Argentina di Milei. Un’operazione come la costruzione del megaporto peruviano di Chancay (un investimento da un miliardo e trecento milioni di dollari) come terminale sul Pacifico della linea ferroviaria transcontinentale che i cinesi stanno realizzando attraverso le Ande e la foresta pluviale per collegarlo in Brasile ai poli portuali sull’Atlantico di Santos ed Acu è in grado di cambiare gli equilibri in profondità, e costituisce una minaccia diretta non solo per il controllo americano sui traffici transcontinentali, ma per la stessa sicurezza nazionale. Ed è questo a spiegare anche – a oltre quarant’anni dalla sanguinosa operazione di George H. Bush contro Manuel Noriega - la rinnovata pressione di Trump su Panama.

Nessuno nel team di Trump - un team che non per caso per la prima volta da decenni, da Marco Rubio in giù, è infarcito di diplomatici che parlano spagnolo e conoscono a fondo l’America Latina – pensa che l’amministrazione “sia in grado convincere i governi del subcontinente a voltare del tutto le spalle a Pechino, ma mettere in campo un atteggiamento più aggressivo - scrive Brian Winter su Foreign Affairs - può servire a tenere lontano i cinesi dagli asset civili e militari di maggior peso nella regione”.

Fatalmente, per questa ragione il primo a finire del mirino del tycoon è stato Maduro. E per questo, finora, dopo lo spettacolare intervento della Delta Force a Caracas, e dopo aver detto a caldo di voler personalmente governare il Venezuela “fino a che non sarà matura un transizione”, Trump sembra invece non aver nessuna voglia di imbarcarsi in Venezuela nei rischi di un tentativo di regime change come quelli che tanto sono costati ai suoi predecessori in Afghanistan, Iraq e Libia, per non parlare – in ambito latinoamericano - del disastro in cui si infilò a suo tempo John F. Kennedy con lo sbarco alla Baia dei Porci. Nessun dispiegamento di truppe americane sul terreno, nessuno scioglimento delle forze armate venezuelane, e nemmeno un massiccio repulisti del personale politico chavista. Fin qui, la Casa Bianca sembra convinta che un cambio di leadership all’interno del regime, con la nomina a presidente della vice di Maduro, appunto Delcy Rodrìguez, faccia perfettamente al caso degli Stati Uniti: garantendo l’acceso alle risorse petrolifere del paese alle società americane, il controllo delle sue esportazioni e – ancora sottobanco – la garanzia di un allentamento dei legami del Venezuela con Cina, Cuba, Iran e Russia, nel contesto di una maggior apertura alle relazioni internazionali di cui, in questi giorni, anche il governo di Giorgia Meloni ha preso buon nota, alzando il livello della rappresentanza diplomatica italiana a Caracas.

Cruciale, in questo passaggio, potrebbe essere il ruolo dei “tecnocrati bolivariani” di cui Rodrìguez si è sempre circondata. Personalità fedeli al regime ma con una formazione diversa da quella del clan di militari che era il nerbo del governo di Maduro: competenze economiche e giuridiche, studi all’estero, importanti relazioni internazionali. Il capofila, l’attuale incaricato di affari nel Regno Unito Felix Plasencia, era a Washington nelle stesse ore in cui Machado ha reso visita a Trump offrendogli la medaglia del Nobel per la pace. Cinquantatré anni, doppio passaporto venezuelano e spagnolo, amico personale da oltre trent’anni della nuova presidente, Plasencia ha conseguito un master in Politiche europee a Lovanio e poi in Relazioni internazionali a Oxford: è stato ministro del Commercio Estero, ambasciatore a Pechino e poi da ministro degli Esteri è stato incaricato da Maduro di ritessere i rapporti spezzati con la Colombia di Gustavo Petro prima di venir inviato a Londra. Il suo più importante “gancio” a Washington è l’ex inviato di Trump per il Venezuela Richard Grenell, un diplomatico di cui il presidente si fida molto e che non sempre è in sintonia con la linea del cubano Marco Rubio: ed è probabilmente su loro input che la Casa Bianca – dopo la calorosa telefonata tra il presidente e la sua omologa venezuelana resa nota da Trump poche ore prima di ricevere Machado - ha spedito a stretto giro a Caracas il direttore della Cia John Ratcliffe per un primo incontro con Rodrìguez.

Il tutto sembra dire che nell’approccio “realistico” con cui Trump segue la situazione – per dirla con la sua portavoce Karoline Leavitt – promuovere la democrazia in Venezuela potrebbe insomma non essere una priorità, in una valutazione in cui pesa il timore che libere elezioni potrebbero innescare una guerra civile su larga scala che gli Usa governati dal MAGA non possono – e non vogliono – gestire. Di qui – a fronte degli apprezzamenti per Rodríguez – la assoluta assenza di impegni assunti da Trump durante l’incontro con Machado, al di là del compiacimento per il gesto con cui, sfidando l’ira norvegese per la sua “mancanza di rispetto”, la Nobel per la Pace ha regalato al tycoon la medaglia ricevuta il 16 dicembre scorso a Oslo. Una visita in tono minore, senza la rituale apparizione congiunta davanti ai cronisti e persino senza l’abituale velocità con cui Trump segnala su Truth gli eventi che giudica importanti. Ma questo non significa che la partita di Machado possa venir considerare già persa. Anzi.

Dalla sua, la più celebre oppositrice di Machado ha sicuramente il sostegno di Rubio, che anche nei giorni scorsi ha seppur con cautela ribadito di aspettarsi “una transizione democratica” per il Venezuela e attende al varco il governo di Caracas sul nodo, per lui decisivo, del sostegno all’Avana. È stato soprattutto lui, contro il parere di Grenell – spiegano a Washington – a convincere Trump prima ad alzare il tono del confronto con Caracas e poi a rompere gli indugi facendo scattare il blitz che ha rovesciato il dittatore. Ma ha dovuto prendere atto della cautela del presidente, ridisegnando una strategia che ora mette in primo piano la stabilizzazione del paese e il riavvio della sua economia, e poi la trasformazione del quadro politico: “A noi stanno a cuore le elezioni, sta a cuore la democrazia: sono questioni a cui diamo grande importanza”, ha detto pochi giorni dopo il blitz apparendo a Meet the Press su Nbc. “Ma per noi la prima cosa sono la salvezza, la sicurezza, il benessere e la prosperità degli Stati Uniti. E su questo ci stiamo concentrando in questo momento”. Ma poi – spiega chi ha accesso di prima mano ai ragionamenti del segretario di Stato – resta da capire quanto ci si possa fidare delle dichiarate intenzioni distensive degli ex alleati di Maduro. Su questo punto, e non ne hanno fatto mistero nel loro faccia a faccia con Trump nello Studio Ovale, i dubbi di Rubio sono gli stessi del top management delle compagnie petrolifere, che già si sono scottate in Venezuela in passato e tuttora vantano enormi crediti nei confronti di Caracas. Che potrebbe accadere – si chiedono i magnati di Big Oil - se gli auspicati cambiamenti di politica non si materializzassero a causa di un risorgente nazionalismo o per effetto di uno scontro tra le fazioni del regime e le forze dell’opposizione? Chi difenderebbe gli eventuali, enormi investimenti necessari per modernizzare l’industria estrattiva e raffinare il cattivo petrolio venezuelano? Per questo, per ora, Machado deve accontentarsi dei complimenti di Trump. Ma la sua sfida a Rodríguez non finisce qui.

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