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La trappola demografica cinese

di Guido Bolaffi

Il calo della popolazione in Cina e il suo crescente invecchiamento potrebbero avere ripercussioni negative sulle ambizioni del Paese. Il punto di Guido Bolaffi

Per la Cina la demografia rischia di essere un potenziale, minaccioso handicap: il calo della popolazione, sommato al suo crescente invecchiamento, potrebbe privarla delle forze di lavoro che fino ad oggi le hanno consentito di diventare la grande potenza che tutti conosciamo. E per conseguenza di vederla perdente nel duello di cui parlava Narottam Gaan, che nel 2021 in un articolo pubblicato sulle pagine di Sage Journal si chiedeva: “Twenty-First-Century Hyper-power, China or USA: Is Demography the Determinant?”.

Il numero dei cinesi, secondo le recenti proiezioni demografiche formulate dall’ONU nel World Population Prospects 2022, entro la fine del secolo è infatti destinato a dimezzarsi, calando da 1,425 miliardi a poco più di 771,301 milioni. Mentre, all’opposto, quella americana nello stesso arco di tempo aumenterebbe, grazie all’immigrazione straniera, da 336,495 milioni a 393,993 milioni.

Un incremento reso di recente ancor più significativo dal fatto che, in base ai calcoli che Hannes Schwandt (Northwestern University), Martha Bailey (California University) e Janet Currie (Princeton University) hanno pubblicato nello studio The Covid-19 Baby Bump da pochi giorni reso pubblico, “On 2021 birth rate for U.S. mothers increased by 6,2% relative to the 2025-2019 trend rate, and that the pandemic led to a net increase in births for U.S.- born mothers of around 46000 children”.

Se, come dice il proverbio, il buongiorno si vede dal mattino, la demografia del Gigante Asiatico presenta già oggi i semi del suo potenziale incerto futuro. Lo testimoniano le più recenti statistiche secondo le quali il numero dei nati in Cina nel 2021 è stato di sole poche decine di migliaia superiore a quello dei morti. Basta leggere l’allarmante comunicato emesso lo scorso 17 gennaio dal National Bureau of Statistics di Pechino: “The number of births fell to 10.6 million in 2021 compared with 12 million the year before [...] That was fewer even than the number in 1961, when the Great Leap Forward, Mao Zedong’s economy policy, resulted in widespread famine and deaths [...] For the first time China’s population could soon begin to contract [...] the number of people who died in 2021 – 10.1 million - approached the number of those born – 10.6 million”.

Affermazioni che riportano alla memoria quanto previsto anni addietro da Steven Lee Myers, Jin Wu e Clare Fu, che nell’articolo China’s Looming Crisis: A Shrinking Population, scrivevano: Chinese academics recently delivered a stark warning to the country’s leadership: China is facing most precipitous decline in population in decades, setting the stage for potential demographic, economic and even political crises in the near future [...] A decline in the birth rate and an increase in life expectancy there will soon be too few young people able to support an enormous and aging population [...] With fewer workers in the future, government could struggle to pay for a population that is growing older and living longer [...] A decline in the working-age population could also slow consumer spending and thus have an impact on the economy in China and beyond”.

Queste le ragioni per le quali la Cina, che in passato aveva potuto contare sulla disponibilità (apparentemente) illimitata di giovani lavoratori immigrati dalle sue sterminate campagne, potrebbe rischiare, come ebbe modo di notare già nel 2012 l’accademico Cai Fang, “di diventare vecchia prima ancora di essere diventata ricca”.

La “trappola demografica” (troppi vecchi e troppi pochi giovani in età di lavoro) in cui rischia di finire il Grande Dragone non è figlia del caso o della cattiva sorte, ma di decenni e decenni di ferrea e spietata subordinazione da parte di Pechino delle politiche familiari e dei desideri genitoriali delle coppie cinesi alla realizzazione dei suoi ambiziosissimi programmi di modernizzazione e sviluppo economico.

Basta ricordare, ad esempio, che per convincere i giovani a sposarsi tardi, fare meno figli e lasciar correre più tempo possibile tra una gravidanza e l’altra, all’inizio degli anni Settanta del ‘900 fu lanciata la campagna denominata “later, longer, fewer”, che a partire dal 1980 fino al 2016 venne sostituita, in peggio, da quella crudelmente autolesionista del figlio unico, che tra le altre non poche negative conseguenze, scriveva lo studioso Xiujian Peng della Victoria University nel saggio edito lo scorso 22 luglio con il titolo “China’s population is about to shrink for the first time since the great famine. Here’s what that means for the world”, ha avuto quella per cui “China has fewer women of child-bearing age than might be expected. Limited to having only one child since 1980, many couples opted for a boy, lifting the sex at birth ratio from 106 boys for every 100 girls (like in the rest of the world) to 120 and in some provinces to 130”.

Ma non basta. Perché, dicono i numeri e le tabelle del World Population Prospects, la Cina, all’opposto degli Stati Uniti d’America, sul cui suolo ogni anno cercano approdo centinaia di migliaia di stranieri, non può contare sull’immigrazione per attenuare le negative conseguenze demografiche della sua crescente denatalità interna.

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