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La Turchia e il conflitto in Iran

La posizione di Ankara all’interno del contesto bellico iraniano: tra autonomia strategica, pragmatismo e volontà diplomatica. L'articolo di Giorgio Cella

La rivoluzionaria quanto irta di rischi iniziativa militare israelo-statunitense contro l'Iran, sta plasmando nuovi equilibri e ridefinendo il ruolo e la posizione di tutti i suoi protagonisti regionali. Lo stesso si può dire circa la reputazione e lo status di potenza mondiale degli Stati Uniti, che dipenderà, da ultimo, dall’esito ancora profondamente incerto del conflitto in corso. Sempre dall’esito finale della guerra di Washington e Tel Aviv contro Teheran, dipenderà l’evoluzione della natura stessa del sistema globale attuale, ove a fronte dell’iperattivismo diplomatico-militare sempre più assertivo e intercontinentale della potenza statunitense - dall’America Latina, all’Artico al Medioriente - sussiste una cornice multipolare costituita in primis dal duopolio de facto Stati Uniti – Cina, e dall’allineamento sino-russo, legame sebbene non scevro da sfumature e dinamiche fluide. Su un piano intercontinentale, in una macro area che si estende dal Medioriente, all’Africa settentrionale, al Caucaso, al Mar Nero sino all’Asia Centrale, anche la Turchia gioca un ruolo sempre più di rilievo; un ruolo che può subire effetti e conseguenze significative derivanti dal turbolento scenario bellico iraniano.

La Turchia di Erdoğan alla luce della guerra in Iran: tra incognite, rischi e volontà negoziale

Ankara, dicevamo, risulta essere un attore geopolitico sempre più importante sul piano regionale (e oltre), ma la nuova linea di conflittualità in Iran la pone in una situazione di non facile gestione. In questo tumultuoso contesto, la rodata esperienza del suo leader Tayyp Erdoğan nelle crisi mediorientali, ha per ora spinto verso una combinazione di attendismo unito a una forte retorica panislamica e a una volontà di de-escalation, nonostante siano già tre i missili intercettati e abbattuti dalla NATO sopra i cieli turchi. Una crisi che, al netto della nota autonomia strategica turca in politica estera, pone Ankara in una situazione di difficile gestione, nonché di imprevedibile complessità. Si ricordi, invero, come la diplomazia della nuova Sublime Porta, si sia spesa fortemente negli ultimi anni sul piano negoziale: molteplici gli sforzi di Ankara come potenza diplomatica sia sul fronte ucraino che su quello delle negoziazioni per il nucleare iraniano al fine di impedire una seconda fase della guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran: gli ultimi fatidici talks occorsi in Oman prima dello scoppio di questo nuovo spaventoso conflitto - al tempo analizzati sempre per le pagine di Med-Or[1] - avrebbero infatti dovuto tenersi in quel di Istanbul, cambiati di sede solo all’ultimo. Tali recenti cronache, indicano come per Ankara, così come per altri attori regionali del Golfo, l'inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran non è certamente giunta come una sorpresa, sebbene la guerra sia stata l’ultima tra le opzioni desiderabili. La Turchia, infatti, insieme ad altre potenze regionali tra cui l'Arabia Saudita, si era adoperata intensamente per impedire l’esplosione di una nuova fase conflittuale in Medioriente: una volta esplosa, Ankara ha deciso per una sostanziale neutralità, mantenendo aperti i canali di comunicazione con tutti gli attori, in una comprensibile modalità di temporeggiamento tattico. Allo stesso tempo la situazione creatasi pone Ankara in una situazione complicata, che riflette anche il limitato controllo che la stessa può esercitare in un tale imprevedibile quanto fluido contesto, così come nell’impossibilità di influenzarne in modo decisivo l’esito finale: molti i rischi e le incognite immediate difatti, poche invece le certezze e i vantaggi potenziali in un contesto bellico dai destini sempre più indefiniti.

La neutralità turca e i complessi rapporti con l’Iran

La volontà di mantenere una posizione di neutralità e attesa, si ritrova anche nelle parole dei discorsi dello stesso presidente turco finora espressi, su tutti la sua seguente icastica dichiarazione: we are determined to keep our country outside the ring of fire[2]. Il leader turco ha altresì definito gli attacchi israelo-americani contro la Repubblica Islamica d’Iran, in termini giuridici, una palese violazione del diritto internazionale. Inoltre, la Turchia ha chiuso il suo spazio aereo alle forze statunitensi ed Erdoğan ha personalmente espresso le sue condoglianze in seguito all’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei. Tuttavia, in questo delicato equilibrio diplomatico, la diplomazia turca si è ben guardata dal far figurare la Turchia, agli occhi delle cancellerie mondiali, come un Paese schierato con Teheran. Altrettante critiche sono state infatti indirizzate al regime degli Ayatollah circa gli attacchi di rappresaglia contro le infrastrutture civili ed energetiche dei Paesi del Golfo. Il messaggio giunge dunque in modo chiaro, sia all’opinione pubblica regionale, sia alle cancellerie mondiali: la Turchia non voleva questa guerra ed ora non vede la necessità strategica di prendere una posizione netta al fianco di uno dei due schieramenti. Risulta chiaro come la situazione in essere scatenata dall’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran condurrà Ankara a una qualche revisione della sua visione geopolitica regionale, che l’ha vista intessere relazioni diplomatiche solide con molte delle nazioni del Golfo; si pensi, ad esempio, al legame particolare in essere con Doha. Sui rapporti con l’Iran invece, si rammenti come Ankara ha sovente considerato Teheran non come un rivale sistemico, ma più come un rivale da gestire. I due Paesi condividono un lungo confine, entrambi vantano una secolare storia imperiale, entrambi devono gestire l’incognita dell’elemento geopolitico curdo; competono però per le sfere di influenza sovente nelle stesse regioni e sovente sostenendo fazioni contrapposte. Tuttavia, all’interno di queste divergenze di fondo, hanno altresì cooperato quando i loro interessi sono coincisi, senza mai arrivare a considerare l’altro una minaccia esistenziale. Nel tempo, questo modello, non dissimile da quello creatosi tra Ankara e Mosca, ha creato una sua stabilità, fatta di diplomazia, Realpolitik e pragmatismo. Questo sintetico quadro dei rapporti bilaterali turco-iraniani, se sommato all’incandescente teatro bellico in Iran, alle linee divisive tra sunniti e sciiti in Medioriente e alle ambizioni di altre potenze regionali come per esempio l’Arabia Saudita di Muhammad Bin Salman, rende l’idea del contesto assai instabile e difficile nel quale Ankara sarà costretta a operare nel futuro prossimo.

Sullo sfondo la progressiva contrapposizione geopolitica tra Turchia e Israele

Tra queste dinamiche si inserisce altresì una crescente contrapposizione con Israele. Il graduale indebolimento per mano dello Stato ebraico della rete di alleati regionali dell'Iran, nota come asse sciita, ha creato opportunità di manovra che Ankara ha saputo cinicamente sfruttare: pensiamo ad esempio alla Siria, dove il crollo del regime di Assad ha fornito alla Turchia una nuova area di influenza diretta con la creazione della nuova Siria ove, ora, il potere riflette la maggioranza sunnita del Paese con il governo di Ahmed Al Sharaa. Questi successi, paradossalmente derivati dall’azione militare di Israele contro il suddetto asse sciita guidato da Teheran, sono stati tuttavia conseguiti in un quadro regionale percepito dai turchi come sempre più fragile, volatile e instabile. La ricerca di una egemonia militare incontrastata e iperattiva di Israele risulta infatti incompatibile con l'ordine regionale che Ankara vorrebbe configurare per l’area. Le recenti pesanti dichiarazioni di Erdogan contro Tel Aviv sono indicative della graduale contrapposizione in essere tra le due potenze regionali: May Allah, for the sake of his name ‘Al-Qahhar,’ destroy and devastate Zionist Israel. Non si è fatta attendere la risposta di Israele, per voce del ministro degli esteri Gideon Sa’ar: the dictator has revealed his anti-Semitic face. Erdoğan is dangerous to the region, as well as to his own people, as is being proven in these very days. Sa’ar ha inoltre aggiunto una nota gravida di potenziali conseguenze di tensioni politiche, invitando l’Alleanza Atlantica a prendere le distanze dallo storico alleato turco: Let’s hope that the countries of the NATO alliance will understand this—and preferably sooner rather than later.

Riflessioni conclusive

La difficoltà principale della Turchia riguardo alla guerra in corso contro l'Iran, come per vari altri attori statali dell’area, non può essere risolta solamente tramite la diplomazia o la ricerca continua di un posizionamento tattico o attendista, in quanto risulta assai arduo capire dove va il conflitto e la logica operativa di Trump. Gli obiettivi di Washington dichiarati inizialmente sono già cambiati varie volte nel corso di questo primo mese di guerra: ciò rende opaca e complessa una potenziale via d’uscita negoziale e un ritorno a qualche stabilità ante guerra. Nel caso di un collasso statuale dell’Iran, per la Turchia si aprirebbero da un lato opportunità strategiche, ma anche molteplici rischi securitari e sfide geopolitiche. Rebus sic stantibus, a fronte di una situazione potenzialmente esiziale per l’intera regione, rivendicare un ruolo nel futuro negoziale e assumere una posizione di attesa e sostanziale neutralità, appare l’unica via possibile per Ankara.


[1] G. Cella, I colloqui in Oman e la visita di Netanyahu a Washington, Med-Or, https://www.med-or.org/news/i-...

[2] World paying price for Israel’s war, action needed against, Netanyahu, https://www.dailysabah.com/pol...

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