L’America Latina tra Washington e Pechino
Riproponiamo l'articolo pubblicato da "Il Messaggero" il 26 Gennaio 2026
L’operazione Absolute Resolve, che nelle prime ore del 3 gennaio 2026 ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, ex presidente de facto del Venezuela, testimonia un cambio di paradigma nelle relazioni tra Stati Uniti e America Latina. Le conseguenze della missione sull’assetto politico del Paese caraibico sono ancora incerte, ma un’analisi approfondita della nuova National Security Strategy, pubblicata nella notte tra il 4 e il 5 dicembre 2025, aiuta a collocare gli eventi delle ultime settimane in una cornice strategica più ampia. Tra i concetti chiave introdotti nel documento, che proclama la fine delle ambizioni unipolari americane e promuove la divisione del mondo in sfere di influenza, figura il “corollario Trump”, una reinterpretazione muscolare della Dottrina Monroe. Al centro della strategia vi è la volontà di ristabilire l’egemonia americana sull’emisfero occidentale e di impedire l’ingerenza di attori extra‑emisferici ritenuti ostili. Benché non venga esplicitamente nominata, la Cina rappresenta l'attore ostile più rilevante.
La crescita dell’influenza cinese in America Latina è iniziata nei primi anni Duemila, in coincidenza con l’ingresso della Repubblica Popolare nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Da allora, Pechino ha ampliato progressivamente la propria presenza economica attraverso scambi commerciali, investimenti e progetti infrastrutturali. Tra il 2000 e il 2023, il volume degli scambi tra Cina e America Latina è passato da 12 a circa 478 miliardi di dollari, facendo della Repubblica Popolare il primo partner commerciale del Sudamerica, mentre gli Stati Uniti mantengono il primato in Messico e in America Centrale. Dal 2017, con l’estensione della Belt and Road Initiative (BRI) alla regione, 22 Paesi hanno aderito al progetto, rendendolo uno dei più efficaci canali di penetrazione di Pechino. Sebbene la presenza cinese rimanga in larga parte di natura economica, negli ultimi anni si è estesa anche a settori strategici quali le infrastrutture critiche e la cooperazione in ambito di sicurezza.
Fin dal suo insediamento, la seconda amministrazione Trump si è posta l’obiettivo di ridurre l’influenza cinese in America Latina, a partire dal controllo su asset considerati sensibili, come i porti e le infrastrutture digitali. I primi segnali di questa nuova direzione erano già arrivati all’inizio del 2025, quando Washington aveva esercitato forti pressioni sul governo panamense affinché si ritirasse dalla BRI e sulla società CK Hutchison, con sede a Hong Kong, perché cedesse il controllo dei terminal di Balboa e Cristóbal, situati alle due estremità del Canale, a un consorzio guidato dall’americana BlackRock.
L’approccio statunitense presenta un limite strutturale, legato alla difficoltà di proporre alternative concrete alla presenza cinese in settori strategici come il 5G e le grandi opere infrastrutturali, tra cui il megaporto di Chancay in Perù. Nonostante il recente rallentamento degli investimenti cinesi e il crescente malcontento di alcuni governi per gli squilibri nei rapporti commerciali con Pechino, la penetrazione economica della Cina nella regione resta profonda. Un esempio emblematico è quello dell’Argentina, dove, nonostante l’intenzione di compiacere l’alleato americano, che a ottobre 2025 ha sostenuto Buenos Aires con un maxi-bailout da 20 miliardi di dollari, il governo Milei sta incontrando notevoli difficoltà nel ridimensionare l’influenza cinese.
Sul piano dell’integrazione economica, il genio potrebbe essere ormai uscito dalla lampada. Gli eventi delle ultime settimane, tuttavia, spingono a riconsiderare la questione in termini che vanno oltre l’economia. Gli Stati Uniti godono di una superiorità militare incontrastata nella regione e, a differenza del passato recente, appaiono disposti a impiegarla per perseguire le proprie ambizioni strategiche. Questo mutamento dello status quo costringe i governi latinoamericani a rivalutare in modo drastico i rischi legati a un’eccessiva dipendenza dalla Cina.