L’Arabia Saudita nel riassetto degli equilibri di potere mediorientali
Il recente mutamento degli scenari strategici nella regione ha modificato la postura geopolitica della Monarchia del Golfo?
Non c’è crisi in Medio Oriente che non sia collegata dai vasi comunicanti geopolitici della regione. Nel grave stallo della guerra tra Usa e Iran i due player stanno implementando tutte le strategie in loro possesso per cercare di far crollare il nemico. Teheran diversamente da Washington ha dalla sua parte il tempo perchè essendo una teocrazia non deve dare conto all’elettorato a differenza degli Stati Uniti dove tra meno di un mese si terranno le elezioni di Midterm. L’Iran per mettere in difficoltà Trump, dopo aver bloccato Hormuz, ha “sguinzagliato” gli Houthi, i suoi proxy yemeniti che nella prima metà di settembre avevano conquistato 200 km di costa sul Mar Rosso ottenendo il controllo dello Stretto di Bab el-Mandeb, l’altro collo di bottiglia più importante al mondo che collega il commercio mondiale tra l’Oceano indiano e il Mar Mediterraneo. Ma la partita tra iraniani e americani vede coinvolto anche il nemico regionale degli Ayatollah, l’Arabia Saudita che con gli Houthi aveva dei conti in sospeso. In Yemen, la conseguenza dell’instabilità seguita alle Primavere Arabe del 2011 costrinse il Presidente autoritario Abdullah Saleh a cedere il potere al suo vice Mansur che avrebbe dovuto guidare una fase di riconciliazione nazionale sostenuta dai Paesi del Golfo e dalle Nazioni Unite. Ma la transizione fallì perché le milizie sciite che si erano ribellate al debole governo centrale avanzarono dal Nord e nel 2014 conquistarono la capitale San’a. Da allora lo Yemen precipitò in una devastante guerra civile. L’Arabia Saudita preoccupata dall’espansione del gruppo armato filoiraniano ai propri confini meridionali, nel marzo del 2015, diede vita a una coalizione militare per attaccare gli Houthi e per ristabilire il governo yemenita ufficiale, ma non ci riuscì. Dopo anni di guerra di logoramento, nel 2022, è stato negoziato un cessate il fuoco tra yemeniti e sauditi mediato dall’Onu.
Ma adesso il conflitto è ripreso sullo sfondo delle nuove e differenti dinamiche geopolitiche regionali. Il regime sciita iraniano ha fatto di tutto per soffocare energeticamente Riyadh, l’antagonista sunnita della regione, spingendo le milizie sciite irachene, altri suoi proxy, a colpire anche l’oleodotto Est-Ovest disattivandolo per dieci giorni. Quest’ultimo costituisce la rotta terrestre saudita per l’esportazione di greggio che raggiunge il Mar Rosso aggirando lo Stretto di Hormuz. Riyadh quando si è vista chiudere tutte le vie di esportazione dell’oro nero ha chiesto l’intervento degli Stati Uniti contro gli Houthi e Trump gliel’ha negato. I motivi del rifiuto sono molteplici e si collegano alla guerra con Teheran dalla quale Washington non sa come uscirsene. Il conflitto ha provocato l’aumento dei prezzi del greggio, dell’inflazione, e i costi militari per gli americani sono arrivati a decine di miliardi di dollari con la conseguente carenza - come lo stesso Pentagono ha denunciato in un suo ultimo rapporto - delle scorte strategiche di munizioni. Il malcontento dell’elettorato repubblicano è forte e Trump è sceso nei sondaggi ai minimi storici. Per tali motivi gli Stati Uniti hanno cercato di evitare l’apertura di un nuovo fronte con lo Yemen. Il rifiuto dell’aiuto degli americani ai sauditi, in realtà, è stato un colpo di grazia all’influenza e all’affidabilità di Washington nel Golfo perché “abbandonare” una “media potenza” alleata che guida il mondo sunnita nel Medio Oriente è un grave segnale di debolezza ai nemici della regione.
In realtà, gli Stati Uniti, nel tempo, hanno siglato negoziati sia con i ribelli yemeniti sia con i sauditi per mantenere il potere economico e geopolitico nell’area. Nel maggio 2025 hanno firmato con gli Houthi un accordo di cessate il fuoco per il quale Washington non avrebbe potuto attaccare l’organizzazione terroristica a condizione che non prendesse più di mira le navi battenti bandiera americane. Trump e l’amministrazione americana hanno pensato che questo patto, quindi, potesse dare loro un vantaggio comunque commerciale e sarebbe stato un alibi per non avventurarsi in un’altra guerra. Gli americani sin dallo scorso secolo hanno siglato vari accordi anche con l’Arabia Saudita (petroallineamento) per cui la Monarchia del Golfo gli forniva petrolio in cambio di protezione militare. Ma nel tempo Washington ha raggiunto l’indipendenza energetica e Riyadh ha continuato comunque a investire negli Stati Uniti e a comprare armi. I sauditi nonostante si siano rivelati alleati fedeli, però, hanno imparato a loro spese di non potersi fidare più di Trump, soprattutto in quest’ultimo mese, e si sono dovuti guardare attorno. Già ai primi di agosto l’Arabia aveva firmato il Patto della Mecca - Mecca Joint Defence Agreement - con il Pakistan e con la Turchia per contenere il nemico iraniano. Ma quando Riyadh ha iniziato a subire gli attacchi degli Houthi Islamabad e Ankara che sono anche Paesi mediatori dei conflitti mediorientali avevano fatto orecchio da mercante e non hanno aiutato la Monarchia del Golfo. Questo atteggiamento iniziale degli alleati regionali aveva fatto pensare al Patto della Mecca come a un accordo solo sulla carta per la gioia di Teheran.
Il nuovo fronte di crisi, in realtà, aveva messo in bilico anche l’immagine di Bin Salman e la sua leadership perché dimostrare ai player dell’area di non essere all’altezza di una vera potenza regionale, o di non essere un Saud - custode dell’Islam - si è rivelato penalizzante (un missile degli Houthi aveva anche colpito Ta’if a pochi km da La Mecca). L’obiettivo di MbS da quando è salito al potere è stato quello di trasformare totalmente l’economia saudita, e per farlo avrebbe dovuto innanzitutto garantire la sicurezza del suo regno dall’Iran e dai suoi proxy. Riyadh aveva perfino sottoscritto con il regime degli Ayatollah un patto attraverso la Cina, nel marzo 2023, per ripristinare i rapporti diplomatici, ma neanche quello è bastato a proteggerla dagli attacchi di Teheran.
La Cina, nel frattempo, si sta destreggiando tra il totale sostegno agli alleati e la diplomazia. Se da una parte Pechino a metà settembre ha dichiarato di essere pronta a “salvaguardare i legittimi diritti e gli interessi della Repubblica islamica” dimostrando un asse antioccidentale saldo, dall’altra Xi Jinping, nel recente incontro con Trump, ha esortato Usa e Iran a negoziare, chiedendo a Teheran di frenare gli Houthi per evitare che il conflitto possa estendersi alle rotte energetiche strategiche care alla sua economia.
Nell’altro campo occidentale, il G7 ha fatto un appello a margine della recente Assemblea generale dell’Onu affinchè gli attacchi degli Houthi finiscano per l’“assoluta necessità di garantire la sicurezza marittima permanente” e molti Paesi occidentali non hanno fatto mancare il loro sostegno militare all’Arabia.
Il 4 ottobre scorso, poi, è avvenuta la svolta nella crisi. Rashad al-Alimi leader del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale ha annunciato l’inizio di una grande controffensiva militare appoggiata dall’Arabia Saudita denominata “Dawn of Yemen” con l’obiettivo di riconquistare i territori controllati dagli Houthi e le loro posizioni chiave vicino allo Stretto di Bab al-Mandeb. Le milizie sciite filoiraniane per rappresaglia hanno poi attaccato siti sensibili in Arabia come la raffineria Saudi Aramco a Rabigh a circa duecento km dalla città santa di La Mecca e hanno preso di mira più volte l’aeroporto di Riyadh. Si tratta della più grave escalation nella guerra in Yemen dalla tregua mediata dalle Nazioni Unite nel 2022. In realtà per quattro anni il conflitto è rimasto “congelato” e adesso, entrambe le parti, stanno cercando di ridisegnare la mappa dello Stato. Intensi combattimenti sono in corso in tutta l’area e gli equilibri sul campo di battaglia non sono ancora definiti, ma i nuovi sviluppi del conflitto hanno portato ad attivare, il 5 ottobre, il Patto della Mecca che ha comportato da parte della Turchia e del Pakistan un dispiegamento militare in Arabia Saudita. È emblematica, a questo riguardo, la dichiarazione del 6 ottobre del Ministero dell’Informazione pakistano: “L’impegno del Paese per la sicurezza dei luoghi sacri e del Regno saudita non è negoziabile”. L’obiettivo del Patto che ha natura difensiva è di garantire la stabilità nella regione attraverso la deterrenza e avrà un impatto significativo nel Medio Oriente perché è l’embrione di un’architettura di sicurezza regionale che sta prendendo forma proprio in un momento cruciale scandito dall’incertezza dovuta a tanti fronti di crisi ancora aperti e dal disimpegno americano.
L’Arabia Saudita da “tigre di carta” avrà la possibilità di trasformarsi, così, in un’“araba fenice”.