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Le incognite aperte dopo il discorso di Hassan Nasrallah

Quali possibilità restano aperte per Hezbollah, dopo il discorso del suo leader e le incognite sui rischi di un allargamento del conflitto. L’analisi di Daniele Ruvinetti

Below the Sky / Shutterstock.com

È del tutto probabile che il discorso di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, qualche giorno fa, sia servito per indicare una posizione iniziale. Il Segretario generale e guida spirituale del gruppo politico armato libanese ha, come dicono gli inglesi, "establishing the argument". Per la prima volta dall'orribile attacco di Hamas del 7 ottobre e dalla dura reazione israeliana, Nasrallah ha parlato.

Contrariamente alle dichiarazioni pubbliche del suo leader, Hezbollah, che condivide il fronte della Resistenza con Hamas sotto l'egida iraniana, è invece entrato in gioco subito. Il confine libanese è stato surriscaldato da una serie di scambi di colpi tattici. Perché sembra ancora nell'interesse dell'organizzazione mantenere un livello di confronto a bassa intensità, ed è stata questa la sostanza del messaggio diffuso da Nasrallah.

Il leader più carismatico, anche per la raffinatezza dell'eloquio, tra i gruppi armati del Medio Oriente (comprese le milizie estremiste sunnite che si muovono sul lato opposto al suo), ha creato una narrativa funzionale, basata su una calcolata ambiguità. Il discorso potrebbe essere stato il meno popolare tra i suoi storici sermoni nel contesto del conflitto arabo-israeliano, anche semplicemente perché non ha usato una retorica di guerra totale. Ma è parte delle sue abilità di controllare il warfare psicologico, non a caso le sue parole hanno tenuto in tensione mezzo mondo per una settimana intera, perché si temeva una dichiarazione di guerra effettiva.

Per comprendere quanto accadrà, vale la pena ripercorrere le fasi del coinvolgimento di Hezbollah in questo mese di guerra. Nei primissimi giorni dopo il 7 ottobre, le azioni dei libanesi erano relativamente limitate ma non insignificanti. Il gruppo si è impegnato in attività di disturbo e ha preso di mira le postazioni militari israeliane lungo il confine, lanciando attacchi ai dispositivi di sorveglianza e alle antenne. Queste operazioni sono state condotte da piccole unità (e questo aspetto tattico è importante per comprendere la portata dell'engagement), provocando risposte israeliane che hanno incluso attacchi ai siti di lancio e l'identificazione di sospette cellule di Hezbollah utilizzando droni termici.

A partire dal 28 ottobre, l'approccio militare di Hezbollah è parzialmente cambiato. Il gruppo ha iniziato a concentrarsi sul contrasto ai droni israeliani, abbattendone con successo alcuni. Inoltre, Hezbollah ha esteso i suoi attacchi missilistici a obiettivi più interni di Israele, raggiungendo distanze di oltre 20 chilometri dal confine e penetrando lo scudo anti-aereo Iron Dome in almeno un'occasione. È stato il momento in cui Nasrallah ha scelto di dare una dimostrazione di forza.

Il 3 novembre, durante il discorso a Beirut, il leader ha ribadito la legittimità della lotta contro Israele. Ma ha anche detto che l'attacco del 7 ottobre è stato interamente deciso ed eseguito da Hamas, e dunque si è posto in una posizione secondaria. Evitare coinvolgimenti diretti serve a mantenere quell'ambiguità, a gestire il quadro regionale e a evitare una reazione diretta statunitense. La deterrenza americana ha funzionato. Nasrallah ha definito il rafforzamento americano a fronte di quanto successo come un indice di debolezza, perché porta Washington a uno sforzo per ristabilire l'equilibrio di potere. Ma Hezbollah prende consapevolezza e resta enigmatico sul futuro.

Nasrallah ha poi lanciato un messaggio diretto agli Stati Uniti, invitandoli a "fermare l'aggressione a Gaza" per evitare il rischio di "una guerra regionale" e ricordando il totale impegno del gruppo libanese. Questa è l'estensione del pensiero iraniano. Da come stanno i fatti, il calcolo per ora permette a Hezbollah di spingere per un qualche cessate il fuoco, perché allo stato attuale esso permetterebbe un qualche genere di mantenimento dello status di Hamas (pubblico e come entità armata strisciante) e dunque di restare una spina nel fianco israeliano. Ma ciò è chiaramente non accettabile per Israele. Perché è consapevole che Hamas fa da avamposto a quell'asse movimentato dall'Iran che ha come obiettivo esistenziale l'eliminazione dello stato ebraico come concetto storico-geografico. Ma anche qui, la retorica e la narrazione differiscono dal calcolo pragmatico: Hezbollah attualmente è consapevole di avere carte in più da giocare rispetto al 2006, quando Nasrallah dichiarò guerra a Israele.

Ora il fronte della Resistenza connesso ai Pasdaran è spalmato dal Libano al West Bank fino alla Siria e allo Yemen. Grazie al conflitto siriano si è strutturato e rafforzato. Ha acquisito capacità militari tecnologicamente più avanzate ed è in grado di poter colpire Israele su più fronti tanto quanto di destabilizzare su più fronti le dinamiche regionali. Ad esempio, abbiamo visto che gli Houthi, i separatisti yemeniti che dal 2015 hanno messo a ferro e fuoco Sanaa, hanno dichiarato un loro ambizioso ingresso negli scontri contro Israele.

Ora, va detto che si tratta di propaganda, tuttavia dallo Yemen sono stati lanciati missili e droni contro il territorio israeliano. In parte sono stati intercettati dalle navi americane lungo il Mar Rosso, in parte dalla difesa aerea piazzata tra i Paesi della regione (che gli Usa hanno rafforzato). Due sono caduti in Giordania ed Egitto. Questo significa che le forze della Resistenza hanno la capacità di infiammare la regione, creando destabilizzazione e insicurezza in un'area ampia che arriva fino al Corno d'Africa e al Mar Arabico.

Di più, visto che nel tempo si sono rafforzate anche al di fuori della regione, per esempio in Europa o in Sudamerica, esiste anche la possibilità che esse si muovano per creare condizioni di insicurezza anche altrove, attorno a interessi occidentali o nello specifico israeliani (ed ebrei). Questa è un'ulteriore dimensione per leggere la reazione di Hezbollah e la linea dettata da Nasrallah. Un'altra ancora: la possibilità per il gruppo di sfruttare le capacità di infowar e usare il contesto per costruire e spingere narrazioni antisraeliane e antioccidentali, con il moltiplicatore che queste sono già parte del piano messo in moto da russi, iraniani e cinesi.

Infine, c'è il quadro interno. Il Libano è un Paese in profonde difficoltà economiche, e questo impone a Hezbollah la necessità di controllare la reazione. Il gruppo ha assunto una centralità enorme nell'ultimo decennio, ma sta pagando in termini di consenso, visto che le condizioni di instabilità e sofferenza economica del Paese sono anche legate al sistema istituzionale e politico corrotto di cui Hezbollah è parte importante. Una dichiarazione di guerra non sarebbe stata ben recepita dai cittadini libanesi, probabilmente anche tra gli sciiti meno ideologizzati.

E allora Nasrallah ha scelto di giocare di attendismo. Ha accontentato il fronte più spregiudicato con le azioni, che però sceglie per ora di mantenere a un livello di intensità controllabile, per evitare di soffrire la reazione israeliana (e americana collegata) e di alterare gli equilibri con la popolazione libanese.

Finché questa linea sarà mantenuta? Questa è la domanda. Un calcolo strategico potrebbe dire che finché Hamas avrà qualche speranza di restare in qualche modo in vita, allora per Hezbollah sarebbe conveniente frenare gli istinti e gestire con ambiguità il fronte. Anche per l'Iran potrebbe essere questo l'interesse. Se Hamas sarà distrutta, allora i calcoli andranno rifatti. Nasrallah ha parlato per tenersi aperte varie opzioni in futuro.

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