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Le incognite della campagna alla prova del primo dibattito televisivo

Con il primo dibattito televisivo la campagna presidenziale potrebbe entrare nel vivo. Il punto di vista di Stefano Marroni

Ha scelto di chiudersi per un lungo weekend a Camp David insieme uno staff di sedici persone. A cominciare da Mike Danilon, Ron Klain e Jake Sullivan, i tre uomini che anche senza incarichi formali alla Casa Bianca sono da sempre i consiglieri a cui il presidente dà l’ultima parola prima di prendere le decisioni più importanti. E c’è anche questo a sottolineare come - per Joe Biden - l’appuntamento di giovedì sera alla Cnn per il primo faccia a faccia televisivo con Donald Trump – che durante le prove a Camp David sarà impersonato come quattro anni fa da Bob Bauer, amico e avvocato personale di Biden - sia diventato cruciale. Con novanta minuti per dare corpo al suo insistere che - anche se l’inflazione morde il modo di vivere dell’americano medio - quel che ha fatto negli ultimi quattro anni ha fatto bene all’economia del paese. Ma soprattutto convincere gli americani di essere ancora all’altezza della sfida. Di essere l’esperto “Commander-in-Chief” di cui gli Usa hanno bisogno di fronte a sfide epocali, e non lo “Sleepy Joe” di cui da settimane gli spot dei repubblicani dipingono impietosamente la camminata incerta, gli scivoloni verbali, i vuoti di memoria.

L’obiettivo è rimontare la corrente, e assestare colpi che facciano male prima che – come ha deciso il sorteggio – Trump abbia l’ultima parola davanti alle telecamere. Sul tavolo di Biden e dei suoi ci sono sondaggi che da mesi cantano ormai una sola canzone. Anche per il 61 per cento degli americani che nel 2020 votarono per lui, il presidente è semplicemente “troppo anziano”, e per il 19 per cento “non è più in grado di fare il suo lavoro”. Una crisi di fiducia che investe anche l’elettorato democratico più convinto, quello che continua a far vincere tutti i suoi candidati blue nelle elezioni locali: e che sembra condannare il presidente a perdere, perché nei sei swing states in cui si gioca la partita decisiva quasi il 55 per cento del corpo elettorale pensa che sia troppo rischioso avere ancora nello Studio Ovale un uomo che a fine mandato avrà compiuto 86 anni. Anche se il suo rivale – se prevalesse – chiuderebbe la corsa a 82.

Di certo Biden – raccontano i retroscena dei giornali americani - venderà cara la pelle, pronto ad affrontare a muso duro il rivale come fece con successo nel 2020. Picchierà duro sui rischi per l’economia delle ricette del tycoon, insisterà sull’inconsistenza e impraticabilità delle sue promesse in materia di immigrazione, racconterà di come per gli alleati strategici dell’America nel mondo – in primis in Europa e nel quadrante indopacifico – le sortite di Trump suonino come un autentico allarme. Ma soprattutto ricorderà che “il bugiardo” - condannato per aver tentato di corrompere una teste e che è ancora sotto processo per aver sostenuto la quasi insurrezione del 6 gennaio ’21 e aver tentato di intervenire sull’esito del voto - sia un pericolo per la democrazia americana, un salto nel buio che l’America non può permettersi.

Trump sa bene che venire a capo dell’esperienza televisiva di Biden non sarà una passeggiata. E nel corso del weekend ha detto alla sua maniera, in pubblico, quel che si aspetta, in qualche modo mettendo le mani avanti. Lanciando sospetti sulle regole “truccate” del dibattito, che prevedono risposte di 2 minuti e il diritto di replica per ogni intervento dei moderatori, Dana Bash e Jake Tepper, due superprofessionisti che “the Donald” ha screditato additandoli come specialisti di fake news. Ha fatto capire che a qualche domanda potrebbe “non poter rispondere” a causa dei vincoli che i procuratori che lo indagano hanno posto alle sue esternazioni sulle vicende al centro dei processi. E ha pesantemente alluso alla possibilità che prima di presentarsi alle telecamere Biden si faccia fare “una bella iniezione nel culo” e si farà “tirare su con il cric”, riferendosi implicitamente alla cocaina che l’Fbi ha trovato nei mesi scorsi alla Casa Bianca nell’ambito dell’inchiesta che ha portato alla condanna di suo figlio Hunter Biden.

L’essenziale – per Trump – è non scendere dalla cresta dell’onda. Non compromettere con una performance non all’altezza, al cospetto di decine di milioni di americani, una corsa che dopo le prime incertezze lo vede ormai stabilmente in testa in tutti i sondaggi, e che settimana dopo settimana lo ha visto collezionare consensi anche in aree dell’elettorato tradizionalmente legate al partito democratico. Il vento, ora, soffia dalla sua parte: a segnalarlo è soprattutto il flusso delle donazioni per la sua campagna, con una brusca impennata che dopo la condanna per il “caso Stormy Daniels” lo ha visto raccogliere per due mesi consecutivi più denaro di Biden, che a lungo nei mesi scorsi lo aveva staccato per decine di milioni di dollari.

Il conto per ora è 212 milioni di dollari per Biden contro 170 per Trump, ma al ritmo attuale (tra maggio e giugno il tycoon ha ricevuto 141 milioni contro gli 85 del rivale) anche la partita del finanziamento della campagna potrebbe arridere a Trump. Ad alimentarlo, ora, non sono solo più le sottoscrizioni medio-piccole della “MAGA people” che hanno risposto agli appelli di Steve Bannon, ma i grandi flussi finanziari delle compagnie che si stanno allineando a Trump dopo averlo a lungo criticato. In prima fila il mondo della finanza (con in testa il gruppo di Timothy Mellon e Steve Schwarzman di Blackstone), ma anche i colossi del petrolio e delle criptovalute. Melinda Fresh Gates e Michael Bloomberg continuano a sostenere Biden, e hanno sottoscritto decine di milioni di dollari. Ma a sorpresa anche nella liberal Silicon Valley l’aria sembra cambiata. Investitori come Chamat Palinapitya e David Sacks – che espressero una condanna radicale dell’ex presidente dopo il 6 gennaio – ora dicono che “sono più in disaccordo con Biden che con Trump”, che da mesi può contare sul sostegno di Elon Musk.

Sono campanelli d’allarme che in casa democratica nessuno può più permettersi di sottovalutare, anche alla luce dell’impatto pressoché nullo delle condanne di Trump sull’opinione pubblica. In concreto, con la montagna di denaro che sta affluendo nella cassaforte di “MAGA Inc.”, Trump potrà moltiplicare iniziative pubbliche e spot tv destinati ad approfondire ancora le crepe che si stanno aprendo nelle roccaforti tradizionali del voto democratico, una variabile che i repubblicani stanno attentatamene valutando anche in vista della imminente selezione dell’uomo (o della donna) da inserire nel ticket presidenziale come vice di Trump. Perché la presa di Biden non è più ferrea tra i latinos e soprattutto tra i neri, che da 40 anni almeno hanno sostenuto massicciamente tutti i candidati democratici, e nel 2012 votarono Obama-Biden quasi all’ottanta per cento.

Nei giorni scorsi un’inchiesta di Politico a Milwaukee, nel Winsconsin, ha messo sotto i riflettori il malessere profondo della comunità afroamericana anche in questo swing state, dove le ultime due elezioni presidenziali sono state decise con un margine inferiore ai venticinquemila voti. Gran parte dei neri condivide ormai gran parte delle accuse a Biden della maggioranza della classe operaia bianca: la denuncia dell’insufficiente sforzo contro l’inflazione, la rabbia per il mancato argine all’immigrazione clandestina che “ci toglie lavoro e sussidi”, la frustrazione per i 95 miliardi di dollari “che toglie a noi per investirli nella difesa di Taiwan, Israele e Ucraina”. Ma report simili arrivano anche da Michigan e Pennsylvania, irrobustiti dalla rabbia delle comunità musulmane per la politica mediorientale di Biden, che giorno dopo giorno, con la crisi aperta dalla offensiva di Tsahal a Gaza dopo il 7 di ottobre, si trova stretto tra chi anche nel suo partito lo accusa di non prendere abbastanza le distanze da Israele e la robusta lobby ebraica, che esprime gran parte dell’amministrazione e dell’establishment democratico ma manifesta ormai un disagio che Trump si è affrettato a raccogliere gridando che “gli ebrei che vogliono votare Biden dovrebbero farsi vedere da uno psichiatra bravo”. Un mix esplosivo, che da giovedì sera il Comandante in capo proverà con tutte le sue forze a disinnescare.

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