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Le primarie repubblicane dopo il New Hampshire e le prospettive della campagna elettorale

Nonostante Nikky Haley non abbia rinunciato alla sua candidatura, con il voto in New Hampshire le primarie repubblicane sembra abbiano impresso un primo cambio di passo verso l’avvio della campagna elettorale presidenziale. L’analisi di Stefano Marroni

Nikky Haley non si dà per vinta: “Questa corsa non è ancora finita: l’America merita qualcosa di meglio”, ha detto a caldo, prendendo atto della sconfitta nella primarie repubblicane del New Hampshire, con un distacco di undici punti da Donald Trump proprio nello stato in cui la sua ex ambasciatrice all’Onu contava di prendere slancio per raddrizzare i pronostici, l’unica a tenere ancora botta mentre uno dopo l’altro i dieci sfidanti dell’ex presidente – come i piccoli indiani di Agatha Christie – hanno lanciato la spugna, o addirittura – ultimo il governatore della Florida Ron DeSanctis – hanno annunciato il loro sostegno a Trump.

Ma è una sfida, quella della ex governatrice della South Carolina, che sembra ai limiti dell’impossibile, anche se il 24 febbraio dovesse prevalere nel suo stato natale, sorretta da un’ancora importante raccolta di fondi e dal sostegno di quel che resta dell’ala mainstream del GOP. Per tutti i sondaggisti, la nomination di “the Donald” in campo repubblicano è ormai un dato di fatto, perché nelle analisi più condivise le esili possibilità di batterlo erano legate proprio alla eventualità che perdesse le sfide in Iowa e nel New Hampshire, che invece ha dominato come un schiacciasassi: a questo punto l’inerzia di Trump appare incontenibile, e ragionevolmente il SuperTuesday del 5 marzo – il giorno in cui si tengono le primarie nella maggioranza degli stati – lo incoronerà a valanga. Con buona pace di chi sperava che con i suoi 42 anni la signora Haley – nata Nimrata Randawa, figlia di un professore di origini sikh emigrato negli Usa negli anni ’60 – potesse impedire una riedizione della battaglia del 2020 tra Trump e Joe Biden che strada facendo frattempo è diventata un improbabile duello tra ottuagenari che ogni giorno danno segno di perdere colpi, in uno dei paesi dell’Occidente con l’età media più bassa.

È un esito a cui gran parte dell’opinione pubblica si prepara in qualche modo incredula se non decisamente scontenta: al punto che mentre metà degli elettori repubblicani non crede che sarà davvero Biden l’avversario da battere, e alludono addirittura a una discesa in campo di Michelle Obama, i tre quarti dell’elettorato democratico ancora pochi giorni fa erano assolutamente convinti che lo sfidante non sarebbe stato Trump: “L’America – ha certificato Carl Rowe, il grande regista politico negli anni alla Casa Bianca di George W. Bush – non vuole dover scegliere tra un uomo di 79 anni e uno di ottantadue”.

In realtà però – a meno che una (improbabile) sentenza della Corte Suprema avalli la non eleggibilità di Trump per aver sostenuto l’insurrezione del 6 gennaio 21 - i giochi sembrano davvero fatti. Nel campo repubblicano, dopo il voto del New Hampshire non solo i potenziali rivali ma soprattutto il grosso del partito si è ormai allineato a Trump: “Siamo di fronte a un messaggio molto chiaro”, ha detto la presidente del GOP Ronna McDaniel chiedendo ad Haley di fare un passo indietro. “I repubblicani devono unirsi dietro un solo candidato”. Ma il segnale più forte – subito captato dai media internazionali – è il cambio di umore di Wall Street, che si era sganciata da Trump nella fase finale del suo mandato per poi schierarsi senza se e senza ma contro di lui nelle giornate convulse dell’assedio a Capitol Hill, poi finanziando generosamente le candidature dei suoi ormai ex rivali repubblicani. A Davos invece, nei giorni scorsi – ha raccontato il Financial Times - il Ceo di JPMorgan Jamie Morgan si è spinto a dire che Trump fece “molte cose buone” alla Casa Bianca e che “va respinta una visone negativa del movimento MAGA”, l’acronimo per Make America Great Again che fu il claim della discesa in campo di Trump nel 2016 e ormai indica l’elettorato (almeno metà di quello repubblicano) che il tycoon ha mobilitato su posizioni fanaticamente antiestablishment: convinto che le elezioni del 2020 furono davvero truccate, che l’assalto a Capitol Hill sia stata una montatura e che il florilegio di imputazioni per cui Trump è a giudizio in sei diversi stati sono frutto di un complotto di cui dopo il 5 novembre John Biden dovrà rendere conto in manette.

Le imprese e gli investitori si sono convinti che Trump vincerà, e che ragionevolmente lancerà una nuova stagione di deregulation e di tagli alle tasse. “Perché allora farselo nemico?”, ha riassunto il Washington Post, facendo suo il concetto di “Trump Put” che in Borsa indica una sorta di scommessa sul valore futuro di un titolo. È lo stesso schema che sulla scena internazionale – ha notato Graham Allison su Foreign Affairs - sta inducendo molti attori a congelare le loro mosse in vista dei possibili vantaggi di un ritorno di Trump alla Casa Bianca, da Vladimir Putin a Xi Jinpi, da Benyamin Netanyahu alle potenze petrolifere del Medioriente ostili alle politiche energetiche di Biden. E che tiene al contrario in apprensione – oltre naturalmente all’Ucraina di Zelensky - gli alleati degli Stati Uniti in Europa e nello scacchiere est asiatico, che temono l’annunciato disimpegno di “the Donald” dalle politiche comuni di difesa.

Ma la ormai quasi scontata vittoria di Trump in casa repubblicana – che non per caso nella squadra di Biden danno per certa da mesi - taglia definitivamente le gambe anche alla più remota possibilità di un cambio di cavallo in corsa anche in casa democratica. Trump – dicono gli uomini del presidente - è “l’avversario che Biden voleva”: è di gran lunga “un pericolo più grande per la democrazia degli Usa di quanto fossero i suoi rivali” – ragionano i collaboratori del presidente – ma forse proprio per questo concede alla Casa Bianca maggiori probabilità di vittoria.

Il rischiatutto di Biden non convince tutti, però, e ad inizio autunno - di fronte a sondaggi autorevoli che davano largamente vincente il tycoon di New York anche negli swing state che nel 2020 ne decretarono la sconfitta - i dubbi sull’opportunità di puntare ancora sul presidente uscente hanno dilagato nell’elettorato democratico e nello stesso corpo del partito, alimentati dalle preoccupazioni per l’età di Biden, dai dati sull’immigrazione illegale dalla frontiera messicana e soprattutto dalla percezione diffusa – a dispetto dei dati sul boom dell’economia americana nel 2023 - che con la sua presidenza le condizioni di vita della maggioranza delle famiglie siano peggiorate.

I dati – resi più preoccupanti anche dal contraccolpo che il sostegno ad Israele a Gaza ha avuto nell’elettorato più giovane e radicale e tra i musulmani americani – hanno innescato un dibattito serrato. E anche Barak Obama, ricevuto alla Casa Bianca, ha suggerito “in maniera molto franca” a Biden di cambiare passo: “Non possiamo trasformare la sfida in un referendum”, ha detto a Politico David Axelrod, che fu lo stratega principe del primo presidente nero nel 2008 e nel 2012. “Almeno una parte del messaggio deve essere che sono in campo un ex presidente ‘schizzato’ che si consuma nel suo passato e un presidente che guarda al futuro. Non possiamo proporre agli americani di scommettere su quale dei due sia il rischio minore”. Anche perché la forza di Trump – ha scritto Bret Stephens, un editorialista tra i più autorevoli del Nyt – “deriva dal fatto che ha visto, e detto, quello che le élite spalmate sulle due coste non vedono e non dicono: che cioè la vita non è diventata migliore per i ceti medi e la classe operaia, che l’immigrazione incontrollata è un serio problema, e che le università e i media sono diventate moraliste e inaffidabili. Trump odia - ed è odiato - dalla stessa gente che la gente comune odia, e non lo ha certo nascosto”.

È un’analisi con forti assonanze con il dibattito aperto in Europa dalla crescente forza delle destre. Ma Biden vuol vendere cara la pelle. E non le manda a dire, se è vero – come mormorava tutta Washington prima che Politico lo rendesse pubblico – che il presidente ha definito Axelrod “una testa di c…o”. E ancora prima del New Hampshire si è acconciato a cambiare rotta nella gestione della sua campagna, che martedì ha prodotto intanto una sua larga vittoria nel voto degli elettori democratici, che pure hanno dovuto aggiungere il suo nome sulla scheda.

Accogliendo i suggerimenti di Obama (e dello stesso Axelrod) il presidente ha spostato fisicamente due dei suoi più stretti collaboratori alla Casa Banca – il vicecapo dello staff Jennifer O’Malley Dillon e l’esperto Mike Donilon - a dirigere l’operazione rielezione nel suo quartier generale di Wilmington, nel suo nativo Delaware. E ha messo sotto pressione i sondaggisti per capire meglio – leggendo gli exit poll - i punti deboli di Trump. Scoprendo che cresce (nel New Hampshire fino al 35 per cento) la quota di elettori repubblicani che dicono di non essere disposti in nessun caso a votare per lui a novembre, e che addirittura il 42 per cento (il 31 per cento persino nell’ultraconservatore Iowa) è convinto che non potrebbe correre per la Casa Bianca se venisse condannato in uno dei tanti procedimenti penali che dovrà affrontare nei prossimi mesi. Ce n’è abbastanza perché Jim Messina, che affiancò Axelrod ai tempi di Obama, sostenga che i sondaggi nazionali così lontano dal voto vanno presi con cautela, ricordando la rimonta di Obama nel 2012 (“A gennaio sembravamo spacciati…”), e paragonando chi se ne è spaventato ai bambini che “fanno la pipì a letto”.

Ma è soprattutto sul piano politico che il presidente ha voluto accelerare. Senza mettere la sordina alla reiterata denuncia dei rischi per la democrazia di una eventuale rielezione di Trump. Ma pompando finalmente i dati sulla crescita economica e sull’iscrizione record dei cittadini alla protezione sanitaria che “The Donald” dice di voler cancellare. E dando crescenti segnali a Israele che non intende seguire comunque Netanyahu sulla strada di una guerra sanguinosa, e senza una plausibile soluzione politica.

Mercoledì, a Washington, Biden ha ricevuto alla Casa Bianca lo strategico endorsment della UAW, il potente sindacato dell’automobile che sarà decisivo nel Michigan e che ha ricordato “con gratitudine” il suo sostegno ai picchetti durante lo sciopero di Detroit dei mesi scorsi. Ieri è partito una campagna di spot televisivi sul tema caldissimo dell’aborto - che i repubblicani hanno proibito in molti casi in quasi tutti gli stati in cui governano - segnalando il pericolo che Trump possa estendere il divieto a livello federale. E infine – anche in vista delle primarie democratiche in South Carolina, che lo vedranno personalmente in campo – si è impegnato a dar ascolto ai leader neri del Congresso, che segnalano la crescente disaffezione al voto per i democratici dell’elettorato giovanile delle loro comunità. Una strada obbligata, per vincere di nuovo il quasi certo duello con Trump che lo attende a novembre: “Non fate l’errore di paragonarmi all’Onnipotente – ha detto con qualche ironia il supercattolico Biden – paragonatemi all’alternativa…”.

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