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Libano: cosa dicono i risultati elettorali

di Camilla Hautant

Alcune possibili indicazioni che arrivano dai risultati elettorali per l’elezione del nuovo Parlamento libanese, mentre nel paese continua la grave crisi economico-sociale.

Domenica 15 maggio i libanesi si sono recati alle urne per eleggere il nuovo Parlamento. Si tratta delle prime consultazioni elettorali dallo scoppio, nell’ottobre 2019, del movimento di protesta che chiedeva un rinnovamento radicale sia del sistema politico che della classe politica libanese. Rispetto alle elezioni del 2018, l’affluenza alle urne è diminuita, passando dal 48,68% al 41,04%, fatto che potrebbe indicare la crescente sfiducia nei confronti della classe politica, pur stridendo con l’alta partecipazione della diaspora libanese all’estero. Infatti, secondo le stime del Ministero degli Affari Esteri, quasi 130 mila espatriati si sono recati, venerdì 6 e domenica 8 maggio, alle urne di più di 50 paesi per esprimere la propria preferenza. Gli osservatori elettorali hanno inoltre accusato le autorità e i partiti politici di corruzione e violenza. In particolare, l'osservatore capo della missione dell'Unione europea, György Hölvényi, ha dichiarato martedì che le elezioni sono state “oscurate da pratiche diffuse di compravendita di voti, clientelismo e corruzione”.‎

Il risultato, comunque, ha segnalato un certo cambiamento in un paese devastato dalla crisi finanziaria, dall’aumento della povertà, da periodiche ondate di tensione sociale e violenza politica urbana e da una svalutazione di oltre il 90% della valuta locale – il dollaro USA ha superato le 30 mila sterline libanesi. Si può parlare, però, di novità non tanto perché si è verificato un cambiamento radicale negli equilibri di potere in Parlamento, ma perché sembrano confermarsi varie dinamiche in atto già dalle contestazioni dell'ottobre 2019. L’elezione dei 128 deputati, infatti, consacra due grandi vincitori: le Forze libanesi (FL), guidate da Samir Geagea – partito filo-occidentale e filo-saudita, diventato il primo partito cristiano dell'Assemblea con 19 seggi –, e i movimenti di protesta, che hanno ottenuto 13 seggi.

L’effetto principale di tale risultato è la perdita della maggioranza in Parlamento di Hezbollah, Amal e dei loro alleati. Infatti, Il blocco pro-Hezbollah ha conquistato 58 seggi, meno dei 65 necessari per assicurarsi la maggioranza, e in calo rispetto ai 71 del precedente Parlamento.‎ Le perdite del fronte filo-sciita si sono registrate, principalmente, nei ranghi del Movimento Patriottico Libero, il partito del presidente cristiano maronita Michel Aoun e di suo genero Gibran Bassil, nonché avversario delle Forze Libanesi, che ha ottenuto 18 seggi, perdendo, così, il ruolo di maggior partito cristiano nell’emiciclo. Il tandem sciita, però, mantiene il monopolio della rappresentanza politica della propria comunità (ottenendo tutti i 27 seggi sciiti) e nelle rispettive roccaforti. Quindi, si può affermare che le numerose critiche degli elettori del Partito di Dio non si sono tradotte in termini politici, probabilmente a causa del clima di paura che il partito sta creando.

La grande novità di queste elezioni sono i 13 nuovi deputati, esponenti delle varie anime del movimento di contestazione del 2019 e del 2020, e i 16 deputati definiti “indipendenti”. I due gruppi hanno dimostrato di essere più forti di quanto molti avessero previsto e hanno consentito l’ingresso della società civile in Parlamento, rompendo, così, il monopolio dei partiti politici convenzionali. Il blocco, che, se compatto, rappresenterebbe la quarta forza politica, in realtà è un fronte di “opposizione” tanto plurale e variegato quanto frammentato al suo interno da contrapposizioni personalistiche e rivalità campanilistiche. Discorso valido soprattutto per gli indipendenti che rappresentano per lo più i poteri locali e che potrebbero facilmente essere cooptati dai partiti tradizionali.

Un’ulteriore novità di queste elezioni è l’assenza del più grande partito sunnita del paese, il Movimento del Futuro. Il suo leader, l’ex primo ministro Saad Hariri, dimessosi all’inizio di quest’anno, aveva suggerito di boicottare le elezioni. Alcuni dei suoi sostenitori lo hanno ascoltato, mentre altri hanno deciso di lasciare il partito per poter prendere parte alla tornata elettorale. Di questi, sei di loro, soprattutto al nord del paese, sono stati eletti. La spaccatura del blocco sunnita potrebbe avere delle ripercussioni non solo in Parlamento, ma anche per il governo, poiché il futuro leader – che per la convenzione costituzionale deve essere sunnita – non potrà rivendicare la legittimità popolare.

La prima sfida, per quello che risulta essere un Parlamento fortemente frammentato e polarizzato, sarà l’elezione dello speaker il prossimo 31 maggio. Molto probabilmente sarà riconfermato l’attuale presidente Nabih Berri, leader di Amal e alleato di Hezbollah, in carica dal 1992. Già in questa occasione sarà possibile verificare le alleanze e la possibilità di compromesso delle diverse anime parlamentari. Successivamente, il neoparlamento sarà impegnato ad approvare il nuovo governo. Secondo la consuetudine, infatti, cominceranno le consultazioni di tutte le fazioni con il Presidente della Repubblica Aoun, con l’obiettivo di creare un governo “consensuale”. Non è da sottovalutare la possibilità che la formazione del nuovo esecutivo venga rallentata da uno stallo istituzionale, come avvenne dopo le elezioni del 2018, in cui ci vollero ben tredici mesi per formare un governo. Un’ipotesi del genere non farebbe che aggravare la crisi socio-finanziaria che affligge il paese. Il Libano deve approvare nel minor tempo possibile le leggi chiave atte a rispondere alle richieste dei Paesi donatori e del Fondo Monetario Internazionale per ottenere le tanto attese risorse – tre miliardi di dollari in 46 mesi.

In breve, le elezioni e il nuovo parlamento sembrano aver riflesso le gravi tensioni politiche presenti nel paese e al contempo la volontà di novità della popolazione. Non bisogna, però, sottovalutare quanto il sistema libanese abbia dimostrato nella storia la sua resistenza al cambiamento.

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