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Libano, per la ripresa la strada è in salita

di Daniele Ruvinetti

Il Libano tenta di risollevarsi, con l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, dal dissesto economico-finanziario. Ma le tensioni interne ed esterne rischiano di interrompere sul nascere il processo di ripresa. L’analisi di Daniele Ruvinetti

Non bastasse la crisi economica, sociale e istituzionale che grava il Libano da anni, recentemente il Paese è tornato in mezzo a una contesa puramente geopolitica. Israele ha incominciato ad estrarre gas naturale da un giacimento in acque del Mediterraneo orientale contese tra i due Paesi e questo ha prodotto reazioni dure da parte di Beirut, con il presidente della Repubblica libanese Michel Aoun e il premier uscente Najib Miqati che hanno definito l’inizio dei lavori un “atto ostile”. Il movimento politico-militare sciita Hezbollah ha fatto sapere di essere pronto a riaprire il fronte mai pacificato (dal 2006) con Israele.

Tensioni che non aiutano il Paese, su cui già gli Stati Uniti stanno cercando una mediazione, mentre il Libano non vede all’orizzonte la quadratura del cerchio per la formazione di un nuovo governo. Ma naviga a vista in una crisi sistemica, aggravata dalle contingenze: prima la pandemia, i cui effetti non sono stati affatto assorbiti dal fragile tessuto socio-economico libanese; ora l’aggressione russa in Ucraina, che potrebbe generare una crisi di accessibilità in grado di far precipitare la sicurezza alimentare del Libano.

Con l’aumento del prezzo di materie prime alimentari – il grano su tutte –, i mulini e i panettieri libanesi hanno già difficoltà a rifornire il Paese del principale alimento libanese: il pane arabo pita. Un’aggravante, considerando che in soli due anni e mezzo la crisi economica ha fatto schizzare il tasso di povertà dal 30% a circa l’80%. E i rifugiati siriani e palestinesi – che vivono in Libano già in condizioni di insicurezza alimentare – si trovano in condizioni ancora peggiori perché i prezzi degli alimenti di base sono saliti alle stelle e il governo sta cercando, senza successo, di trovare altre fonti di cibo.

Nelle scorse settimane il governo uscente libanese ha approvato un piano di rilancio economico cruciale. È stato votato in occasione della sua ultima riunione ufficiale prima di diventare un governo ad interim, in attesa dell’esecutivo che seguirà le elezioni parlamentari di metà maggio. Il piano, che dovrà essere approvato dal nuovo parlamento, sembra recepire le indicazioni del Fondo Monetario Internazionale affinché il Libano possa ottenere un aiuto finanziario e iniziare ad uscire dal collasso economico.

L’accordo prevede la ristrutturazione del settore bancario del Paese e include una revisione completa della situazione finanziaria della Banque Du Liban entro luglio. Poi verrà unificato il tasso di cambio e saranno prese misure di carattere sanitario e sociale. Davanti a questo, l’IMF ha fatto un ulteriore passo avanti e scelto un rappresentante “resident” per il Libano. Le riforme sono possibili, la Comunità internazionale è presente, ma la palla, per buona parte di questo gioco, è in mano al sistema partitico-politico libanese.

La frammentazione politica resta ancora il principale dei problemi per il Libano. I nuovi assetti usciti dalle urne (con la contrazione di una componente storica e pervasiva come Hezbollah, che ha perso la maggioranza parlamentare detenuta con l’altra forza sciita, Amal) aprono a nuovi scenari e la maggioranza da costruire ha davanti a sé tante opportunità quante incognite. Tutto con la pressione della crisi da risolvere che incombe portandosi dietro il rischio di derive incontrollate, disordini e destabilizzazioni che potrebbero avere effetti anche a livello regionale.

In un quadro socio-politico così complesso, il parlamento libanese ha scelto intanto la continuità, nominando Nabih Berri come presidente per la settima volta (il leader del movimento politico Amal è in carica da trent’anni, eletto la prima volta nel 1992). Una mossa certamente conservativa, pensata per evitare scossoni negli equilibri interni, ma anche altamente rischiosa perché Berri si porta dietro molte delle critiche che i cittadini lanciano contro il sistema politico libanese. Segnale di come il percorso sia lungo e la strada in salita.

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