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Libia, il percorso stretto verso il voto per evitare nuove tensioni

di Daniele Ruvinetti

La Libia ancora vittima di divisioni interne. Dinamiche politiche, tra Est e Ovest, rischiano di far saltare il voto di dicembre e riaprire una stagione conflittuale.

Nelle ultime settimane, la situazione in Libia si è complicata, dimostrando come sia necessario dare il massimo sostegno al processo di stabilizzazione in corso, portandolo fino al massimo compimento con le elezioni presidenziali e parlamentari.

Il 21 settembre, il Parlamento libico ha tolto la fiducia a Abdelhamid Dabaiba, premier eletto nel percorso guidato dall’Onu attraverso il Foro di Dialogo Politico Libico. Ora, senza fiducia, ma con l’incarico di seguire gli affari correnti fino al 24 dicembre, data fissata per il voto, Dabaiba è indebolito.

Il premier non ha riconosciuto la sfiducia, e così ha fatto l’Alto Consiglio di Stato (organo consultivo). Sebbene sia utile ricordare che l’unica Istituzione riconosciuta per confermare o meno l’avallo politico al Governo sia la Camera dei Rappresentanti, fu proprio il Parlamento di Tobruk presieduto da Agila Saleh, chiamato con l’acronimo inglese HoR, a dare semaforo verde al Governo di Unità Nazionale (Gnu) uscito dal Foro.

La situazione è di scontro politico. Si stanno ricreando delle tensioni, ferme per ora a livello di manifestazioni popolari, ma col rischio per la sicurezza e per il processo di stabilizzazione stesso. Le divisioni nel paese –mai del tutto sopite– sono tornate un fattore di pericolo.

Le spaccature tra Est e Ovest della Libia potrebbero tornare infuocate e distruggere il percorso verso le elezioni. E invece il voto è certamente il momento di reset per chiudere questo decennio conflittuale e far ripartire il paese in modo sovrano e prospero.

Indizi sul rischio di complicazioni non mancavano. Il 25 agosto, il Governo era stato già messo sotto sfiducia da un gruppo formato da 29 deputati della Cirenaica che criticavano Dabaiba per aver messo la regione orientale sotto “punizione della sconfitta”, dicevano: ossia contestavano all'esecutivo di lasciare indietro i cittadini dell’Est, in quanto sede del generale Khalifa Haftar, colui che dalla primavera 2019 all'autunno 2020 aveva provato a prendere il controllo del Paese.

Il premier, che pure dovrebbe guidare un governo di unità, d’altra parte non è mai stato ricevuto da Haftar e non è mai potuto andare a Bengasi. E ora lo scontro si è spostato verso Tobruk, con il premier che ha sponsorizzato le manifestazioni contro il parlamento.

È chiaro che tutti stiano giocando la propria partita: se Dabaiba cerca di mantenere il suo ruolo (che col voto decadrebbe senza possibilità di presentarsi alle elezioni come prescritto dalle regole del Foro), Saleh vuole i suoi spazi. Il Presidente parlamentare ha depositato una sua bozza di legge elettorale, e la scelta di muovere i suoi per togliere la fiducia ha una doppia valenza. Da un lato può facilitare il voto (possibile una sua candidatura a presidente?), dall'altro complicarlo.

In questo caos, il ruolo predominante dovrà giocarlo l’Europa, che ha necessità, per interessi diretti (risorse, commercio, immigrazione), di guidare la Libia verso il voto e verso la stabilità. Se dovesse venire meno a questa sfida, lo spazio sarebbe occupato da attori esterni già presenti in forze in Libia, come Turchia e Russia. Entrambe realtà competitive per gli interessi europei. Un compito che, anche davanti a questo quadro, l’Europa può giocare anche con la sponda americana.

Washington ha sempre chiesto con forza tanto il voto quanto l’uscita delle unità armate straniere dalla Libia. Due elementi collegati, in quanto un Governo e un Presidente eletti, che godano della legittimazione popolare, possono essere più incisivi su questo fronte e ricevere più sostegno diplomatico e più ascolto dalla Comunità internazionale. Solo un Governo eletto può essere in grado di forzare l’uscita dei militari e mercenari stranieri, facilitare l’integrazione delle milizie in Forze armate regolari, produrre il contesto di sicurezza interna indispensabile, prima di parlare di sviluppo economico-sociale-politico libico.

I passaggi sono dunque stretti. Necessaria l’approvazione rapida della legge elettorale, altrimenti non si riuscirà a votare in tempo. Poi ci sarà l’iniziativa del 12 novembre, la Conferenza Internazionale promossa dalla Francia con la co-presidenza italiana: un allineamento importante, perché l’intesa tra Roma e Parigi su questo, come su un’ampia serie di dossier potrebbe essere cruciale, dato il ruolo centrale svolto dai due Paesi in Europa. Nello specifico nel contesto libico, l’asse franco-italiano potrebbe essere la forza motrice in grado di portare la Libia fuori dal pantano.

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