L’Iran sbarra i cancelli di Hormuz
La chiusura dello stretto di Hormuz blocca le esportazioni di gas e petrolio dal Golfo, innescando una potenziale crisi energetica. Gli effetti sugli equilibri internazionali
Lo stretto di Hormuz si conferma chiave di volta del conflitto tra Stati Uniti e Iran. Mentre lo scontro dilaga oltre la Repubblica islamica, profilando il rischio di una più vasta escalation regionale, la chiusura del cuneo marittimo tra Iran e Oman – annunciata martedì dai Guardiani della rivoluzione – è bastata a spingere il prezzo del petrolio a un picco di oltre 80 dollari al barile. Il traffico dei container è crollato del 90% e l’impennata del Brent, risalito del 12% nei giorni successivi all’uccisione di Ali Khamenei, anticipa nuovi shock di mercato all’orizzonte: secondo gli analisti di Kpler, il blocco effettivo dello stretto catapulterebbe l’indice a picchi temporanei di 120-130 dollari al barile. Livelli raggiunti (e brevemente) soltanto nei mesi successivi all’invasione di terra dell’Ucraina.
Basti considerare, a questo proposito, che attraverso lo stretto – unico snodo marittimo tra il Golfo persico e l’Oceano indiano – transitano circa 20 milioni di barili al giorno, ovvero il 20% annuo del consumo globale di petrolio, trainato dai rivieraschi Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti. Dal Qatar proviene invece il 20% delle forniture globali di gas naturale liquefatto. A seguito degli attacchi iraniani sul polo qatariota di Ras Laffan, effettuati via drone nel finesettimana, Doha ha annunciato l’interruzione delle forniture per forza maggiore. Altre incursioni contro le basi americane nel Golfo hanno spinto l’Arabia Saudita a sospendere in via precauzionale le attività della maxi-raffineria Aramco di Ras Tanura.
I riverberi più immediati colpiscono l’Asia, destinataria di oltre l’80% del gas e del crudo di Hormuz. L’India (che riceve, con la Cina, quasi la metà dell’export asiatico via stretto) avrebbe già implementato il razionamento delle riserve gasiere. In Europa la discontinuazione colpirà in particolare il settore gasiero, acuendo la dipendenza dell’Unione dai produttori nordafricani: Algeria in primis, mentre l’Egitto – importatore netto a dispetto delle proprie vaste riserve – risente dell’interruzione delle forniture da Israele, altro bersaglio della rappresaglia iraniana. I meno colpiti sono paradossalmente gli USA, che tramite Hormuz ricevono appena l’8% degli import di idrocarburi e potranno valersi della crisi per orientare la produzione sui mercati (giocoforza ricettivi) del Vecchio continente.
La strategia iraniana punta, piuttosto, a scuotere le monarchie del Golfo. Già inquieti all’idea di trovarsi tra l’incudine dell’alleato americano e il martello dell’Iran – che nel finesettimana ha bombardato Arabia Saudita, Emirati, Bahrein, Qatar – i regni della penisola rischiano adesso che le proprie forniture di gas e petrolio restino chiuse nel cortile di casa e prive di tracciati alternativi per raggiungere le rotte del commercio globale. Ad attutire in parte il colpo soltanto le pipeline terrestri East-West (che collega il Golfo al Mar Rosso settentrionale attraverso l’Arabia Saudita) e Habshan-Fujairah (da Abu Dhabi al golfo di Oman, appena oltre il “collo di bottiglia” di Hormuz), la cui capacità complessiva non supera i sette milioni di barili al giorno.
Indebolita dai rovesci dell’ultimo biennio e sovrastata dal meccanismo militare statunitense, Teheran punta a resistere finché i paesi del Consiglio di Cooperazione, alleati chiave di Washington in Medio Oriente, non la inducano a tornare al tavolo delle trattative per assicurare la riapertura dello stretto. Gli USA, dal canto loro, potrebbero optare per la riapertura manu militari: manovra che impegnerebbe la flotta americana in operazioni di scorta nello stile della tanker war del 1987, alzando ulteriormente il livello dello scontro.
Una scommessa rischiosa per entrambe le parti. Teheran sfrutta le proprie massicce scorte di missili per logorare, quantity over quality, le difese aeree del Golfo, e gioca la carta di Hormuz come viatico alla ripresa dei negoziati. Un ricorso estremo, se si considera che lo stesso Iran – la cui economia già vacilla sotto il peso delle sanzioni europee e statunitensi – copre quasi l’11% del traffico di idrocarburi attraverso lo stretto. La Casa Bianca sembra invece decisa a spezzare la resistenza iraniana prima che il conflitto, già allargatosi in Siria e Libano, possa coinvolgere l’intero Medio Oriente e prima che i rapporti tra Washington, e Golfo possano incrinarsi. I costi della guerra, intanto, continuano a salire.