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L’Iraq tra tensioni politiche e speranze di stabilità

di Daniele Ruvinetti

Perché il fallito attentato contro il premier Mustapha al Khadimi potrebbe segnare un passaggio di livello nelle tensioni interne all'Iraq. L’analisi di Daniele Ruvinetti

Il fallito attentato contro il premier Mustapha al Khadimi potrebbe segnare un passaggio di livello nelle tensioni interne all'Iraq. Un paese parte di quell’area del Mediterraneo orientale verso cui è rivolta una parte della proiezione internazionale dell’Italia, tanto che tra qualche mese saranno i militari italiani a guidare la locale missione Nato, che nel tempo potrebbe assumere importanza crescente. Non a caso la Farnesina è stata (giustamente) tra i ministeri che subito hanno condannato l'accaduto.

I due droni esplosivi inviati contro la casa del primo ministro sono stati definiti, in un comunicato del governo iracheno, un "vile attacco" messo a segno "con l’obiettivo di assassinarlo”: un obiettivo “comune dello Stato islamico e di gruppi armati criminali”.

Se da un lato lo Stato islamico è il nemico ancora oggi rilevante nel paese , sebbene ridimensionato e senza più la dimensione statuale di cui era composto “il Califfato”, dall’altro può essere importante porre l'accento verso quelli che vengono definiti "gruppi armati criminali". Secondo le informazioni che fonti della sicurezza irachena hanno fatto trapelare ai media, i droni potrebbero essere stati guidati "almeno da una milizia filo-iraniana".

Si tratta di gruppi ideologicamente affini alle componenti più oltranziste e reazionarie della Repubblica islamica, collegata ad alcune frange interne delle Sepah, con cui condividono sia l'ideologia anti-occidentale che svariati interessi. Per i Guardiani della rivoluzione sono un vettore con cui muovere influenza a livello regionale: le milizie vedono i Guardiani come dei protettori che forniscono armi e finanziamenti, e soprattutto copertura per perpetrare le proprie attività.

Sono diffuse in vari paesi della regione, ma restando nel caso dell'Iraq, le milizie sono realtà in alcuni casi collegate ai partiti, ma anche attive come entità pseudo-criminali: controllano territori, curano interessi clientelari, esercitano la forza sui cittadini muovendosi come uno stato nello stato (in modo simile agli stessi Pasdaran) e hanno in mano aliquote di potere. E contro di loro si è accumulato nel tempo un ampio scontento: contro di loro hanno protestato i giovani da Baghdad a Bassora, chiedendo al governo di interrompere questo status quo che da anni affligge la vita irachena. Proteste che portarono alla caduta del precedente governo e alla nomina di Kadhimi, anche perché furono represse con la violenza, con il contributo delle stesse milizie. Ora il momento è delicato, e quanto successo alla casa di Kadhimi si lega alle elezioni celebrate il 10 ottobre (elezioni anticipate, convocate con la nomina dell'attuale premier).

La contrazione nelle preferenze ricevute dai partiti collegati ai gruppi armati è stata evidente. Gli iracheni (che hanno votato con percentuali più basse del solito) sono sfiduciati, sentono il peso della crisi economica, non vedono un futuro nel proprio paese. Per questo potrebbero incolpare anche le milizie. Davanti a questo le milizie potrebbero temere di perdere il controllo, e sentire di trovarsi in mezzo a un processo di loro marginalizzazione che non tocca tanto la politica quanto la società irachena.

E mentre molti dei cittadini iracheni non credono che dal lungo processo di consultazioni uscirà una coalizione in grado di risollevare il paese, i miliziani potrebbero aver scelto la strada che meglio conoscono – l'uso della forza – per mandare messaggi. Nei giorni precedenti all'attacco, alcune centinaia di persone erano state fomentate a scendere in strada, per protestare contro il voto, dal partito filo-iraniano Al Fatah (i cui seggi si sono ridotti da 48 a 17).

C'erano stati disordini e perfino un morto durante manifestazioni che si sono svolte nella Green Zone della capitale (l'area protetta in cui si trovano le ambasciate internazionali). I leader dei gruppi hanno accusato il governo di frodi incitando la folla indottrinata e mobilitata. Tra loro figure come Qais Kazali, capo politico della Lega dei Giusti, sanzionata dagli Stati Uniti perché considerato un gruppo terroristico.

Moqtada Al Sadr, vincitore delle elezioni per numero di seggi relativo, ha definito l'attacco a Kadhimi un atto terroristico “contro la stabilità del paese” che mirava a “riportare l’Iraq in uno stato di caos controllato da forze non statali”, mentre il presidente Barham Saleh ha aggiunto: “Non possiamo accettare che l’Iraq venga trascinato nel caos, con un colpo di stato contrario al suo sistema costituzionale”. Lo scontro è in atto, il rischio escalation possibile.

Tanto più che tutto avviene nelle settimane precedenti al riavvio delle riunioni di Vienna per tentare di ridare vita al Jcpoa, l'accordo nucleare con l'Iran. I Pasdaran hanno più volte usato certe azioni delle milizie per marcare la propria contrarietà al dialogo con Onu e Ue, e spesso l'Iraq è stato il territorio che ha fatto da sfogo. Tuttavia, occorre sottolineare che non è chiaro quanto l'Iran fosse stato informato dell'eventuale tentato assassinio di Kadhimi.

Il punto è che elevare il conflitto interno fino a questo livello potrebbe accelerare la marginalizzazione delle milizie e rafforzare il premier (anche sul piano internazionale) per un secondo mandato – che potrebbe essere in parte orientato verso il contenimento delle milizie stesse. Non utile per l'Iran e per i Pasdaran, in quanto si preferisce un ingaggio a bassa intensità col quale perpetrare lo status quo. Ma i gruppi iracheni hanno acquisito un livello di autonomia sufficiente per agire e ora si sentono in difficoltà.

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