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Marocco: un risultato elettorale significativo per tutta la regione

di Daniele Ruvinetti

I risultati elettorali in Marocco potrebbero segnare una svolta politica molto importante per il Regno e anche per tutta la Regione.

Come ha prontamente sottolineato l’ambasciata italiana di Rabat, “l’esercizio della democrazia” è sempre motivo di orgoglio, ragione per congratularsi con un Paese, nel caso in questione il Marocco, andato al voto l’8 settembre. Dalle urne esce un risultato atteso significativo: il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Pjd) ha ottenuto solo 12 seggi contro i 125 della legislatura precedente. Addirittura l’ex premier (dimissionario) El Othmani non è riuscito a garantirsi un posto in Parlamento.

Davanti a questi risultati si sottolinea spesso prima il tonfo degli sconfitti piuttosto che il podio dei vincitori, sebbene a questi ultimi vada il merito di essersi proposti ai marocchini come un’alternativa evidentemente più affidabile. Il Raggruppamento nazionale degli indipendenti (Rni), liberali, ha ottenuto il migliore risultato con 97 deputati; seguito con 82 seggi dal Pam, Partito dell’Autenticità e della Modernità. La coalizione di governo sarà composta da queste due forze; secondo l’obiettivo della nuova legge elettorale di marzo, pensata per evitare vittorie di un singolo partito.

Analizzando i risultati non si può non evidenziare il ruolo svolto da Aziz Akhannouch, tycoon con ottime entrature nella corte reale e dotato di grande carisma, che ha accettato la sfida elettorale lanciando uno slogan: “Meriti di meglio”. Evidentemente i cittadini del Marocco sono stati d’accordo con lui, hanno percepito il progetto politico non come un’alternativa d’opposizione agli islamisti, ma come una proposta per migliorare le loro condizioni di vita. Un lavoro durato cinque anni, in cui l’Rni si è diffuso nel paese, e che ha portato al voto oltre il 50 per cento della popolazione (nonostante la pandemia, che in Marocco come in tutto il Nord Africa non sta regredendo anche a causa delle basse percentuali di popolazione vaccinata).

L’esercizio democratico è importante anche alla luce di questa risposta. Quanto successo in Marocco non è solo valido per il paese in sé, ma per il messaggio che manda a tutto l’arco regionale. In certi contesti delicati potrebbero essere le elezioni stesse a fornire un supporto ai governi per evitare possibili crisi e destabilizzazioni a livello politico e sociale: i giovani in particolare vogliono esercitare i propri diritti.

In quest’ottica, Akhannouch ha già parlato di “apertura verso il mondo”, per slanciare il Marocco sul palcoscenico internazionale. L’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti diventa una leva per attrarre investimenti dagli altri paesi africani, ma anche per consolidare le relazioni con l’Unione europea – alleato cruciale per Rabat dal punto di visita geopolitico. Questa apertura, se sarà confermata dai fatti, potrebbe portare il Marocco a seguire una politica proattiva come investimento per il miglioramento delle condizioni di vita interne, e dunque per acquisire maggiore stabilità.

Il risultato mostra anche un altro elemento che sta via via diventando più chiaro: gli islamisti in questo momento stanno vedendo il loro spazio politico e sociale in diminuzione in Medio Oriente e Nord Africa, ossia in quella grande regione definita Mediterraneo Allargato. Il dato è tutt’altro che banale. Dopo le proteste della Primavera araba nel 2011, a molti partiti islamisti è stato permesso di candidarsi alle elezioni, in alcuni casi per la prima volta. Hanno conquistato seggi parlamentari in alcuni paesi e hanno preso il potere in altri, come la Tunisia o il Marocco e l’Egitto.

Due i passaggi che hanno segnato quanto successo a Rabat. Primo: gli Accordi di Abramo, cioè la normalizzazione delle relazioni con Israele guidata dagli Stati Uniti che ha portato anche il Marocco, per volontà di re Mohammed VI, alla scelta di distensione presa da altri paesi del mondo arabo. Gli islamisti erano contrari, ma la corona ha diffuso la decisione come una forma di miglioramento pragmatico delle condizioni economiche del paese, e i cittadini hanno ascoltato. Secondo: la maggior parte delle decisioni volte ad alleviare gli effetti sociali ed economici della pandemia sono state associate al potere centrale, la monarchia, mentre i partiti politici e il Parlamento sono stati presentati come inattivi e in attesa di direttive dal re. I partiti al governo come il Pjd hanno pagato più degli altri questa doppia situazione.

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