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Perché il Mediterraneo resterà centrale anche dopo USA2024

Le elezioni presidenziali americane vedono confrontarsi schieramenti con diverse visioni, ma i grandi temi strategici resteranno in cima alle priorità per Washington. Tra questi la stabilità del Mediterraneo. Il punto di Daniele Ruvinetti

Il procedere della campagna elettorale statunitense ci ha già riservato passaggi aspri sulla politica estera, con una retorica cui potremmo doverci abituare man mano che si avvicineranno le fasi più calde. Questo ci porta subito a una riflessione analitica: occorre distinguere le dichiarazioni pensate per andare a caccia di voti, da quelle che saranno le direttrici strategiche americane. Molte delle quali resteranno, al di là della linea espressa dai candidati, al di là anche di chi occuperà la Casa Bianca per i prossimi quattro anni. E l’impegno nel Mediterraneo potrebbe essere una di questi ambiti dove la strategia di Washington confermerà interessi e priorità.

Gli Stati Uniti hanno un ruolo complesso nella regione del Mediterraneo allargato, tornata al centro delle dinamiche globali sia con il conflitto in Ucraina (perché è diventato riflesso in un ambiente sensibile dove sfogare tensioni correlate) e a maggior ragione con la guerra di Gaza (bagnata dalle acque del Mare Nostrum) e con la crisi regionale connessa. In questo bacino geo strategico si muovono gli interessi degli attori regionali — player pesantissimi in termini di tradizione strategica-culturale — e delle potenze globali. Russia e Cina hanno in vario modo approfondito la loro presenza, mentre i Paesi emergenti dell’Indo Pacifico (India, Giappone, Corea del Sud) stanno cercando anch’essi un ruolo.

Coinvolti direttamente in vari scenari di crisi da cui non possono permettersi retrocessioni — pena perdere influenza ai danni dei rivali — gli Stati Uniti con ogni probabilità resteranno forti nel Mediterraneo allargato anche dopo USA2024. L’eterna crisi in Siria, il revanscismo in Yemen, la questione nucleare iraniana, il conflitto israelo-palestinese, la lotta contro il terrorismo e la stabilizzazione dell’Iraq e dell’Afghanistan: sono tutti dossier su cui se gli Stati Uniti intendono mantenere stretti rapporti con alleati chiave nella regione — come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Egitto, ma anche Turchia e Israele e tutti gli europei mediterranei — devono essere attivi. E siccome gli Usa condividono obiettivi geoeconomici e geopolitici con molti dei Paesi mediterranei, non intendono essere sostituiti da Cina e Russia a detrimento di interessi diretti e indiretti.

Sul tavolo ci sono i temi che vanno dalla transizione energetica ed economica alla stabilità delle rotte commerciali che avvolgono la regione e collegano Europa e Asia; ma anche le questioni concatenate che riguardano le nuove connettività, da qui lo sviluppo di un ambiente digitale e degli standard collegati (dove presenza e dialogo con i Pesi regionali è fondamentale per argomenti come lo sviluppo delle cutting hedge technologies, come l’intelligenza artificiale e l’impatto che essa avrà sulle quotidianità delle collettività globali, a cominciare sul mondo della sempre più diffusa disinformazione).

Esserci dunque significa poter in qualche modo veicolare il dibattito, i principi e valori collegati. Esserci significa mantenere la cruciale capacità militare sviluppata attraverso la NATO lungo il determinante fronte meridionale. Esserci significa proteggere i punti caldi, da Suez a Gibilterra, dal Levante al Canale di Sicilia, ma anche Bosforo, Balcani, Corno d’Africa.

Davanti a certe premesse, analizzare gli scenari possibili è funzionale a una maggiore comprensione delle dinamiche che riguarderanno il modo in cui Washington pensa alla regione. Nell'ipotesi strategica statunitense, c'è certamente una diminuzione generale del coinvolgimento, in linea con il già consolidato “pivot to Asia” e la riduzione dell’impegno militare in aree di crisi. Ma, come le recenti dinamiche lungo le rotte geoeconomiche Asia-Europa dimostrano, per essere in Asia serve anche essere nel Mediterraneo.

Sotto quest'ottica, l'evoluzione della presenza degli Stati Uniti nella regione sarà sempre più orientata verso una risposta più specifica riguardo alle minacce alla sicurezza e agli interessi americani, come la proliferazione nucleare, il terrorismo, la pirateria e la cyber guerra. Questo scenario richiede certamente una maggiore cooperazione con gli alleati regionali e internazionali, ma anche una maggiore capacità di deterrenza e di intervento (costantemente testati dal Pentagono). Alla base di tutto, c'è inoltre la ricostruzione di una stabilità che negli ultimi anni dell'amministrazione Trump e nei primi di Joe Biden era ben avviata, ma che si è parzialmente rotta con i fatti che hanno seguito il 7 ottobre (rotta più a livello tattico che strategico, visto che nell'interesse degli attori regionali c'è questa necessità).

In questo, non c'è da escludere un generale riequilibrio della politica degli Stati Uniti nella regione, basato su una maggiore diplomazia e dialogo con tutti gli attori, compresi quelli ostili o rivali, come l’Iran e la Siria (che potrebbero essere recuperati anche in modo indiretto). Qui Washington sfrutterebbe ogni genere di opportunità per recuperare il fluido scorrimento delle dinamiche mediterranee.

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