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Sanae Takaichi e il nuovo ciclo strategico del Giappone

Mandato politico, vincoli strutturali e scelte di sistema: la svolta politica giapponese dopo la vittoria di Sanae Takaichi. Il punto di vista di Emanuele Rossi

La vittoria elettorale di Sanae Takaichi segna una discontinuità profonda nella storia politica del Giappone del dopoguerra. A meno di quattro mesi dal suo insediamento come prima donna alla guida del Paese, nelle elezioni anticipate celebrate l'8 febbraio, Takaichi ha ottenuto per il Partito Liberal Democratico (LDP) la più ampia maggioranza mai registrata nella Camera dei Rappresentanti. Non si tratta soltanto di un successo di partito, ma di una legittimazione personale senza precedenti, persino superiore a quella conquistata in passato dal suo mentore politico, il compianto primo ministro Shinzo Abe (teorizzatore del concetto ormai globale di “Indo-Pacifico”). In un sistema tradizionalmente caratterizzato da leadership brevi e da un forte peso delle dinamiche interne al partito, il risultato consegna a Takaichi un capitale politico raro, che apre un nuovo ciclo – ma ne aumenta anche i rischi.

Il primo segnale della direzione che la premier intende imprimere al Paese è arrivato con rapidità. A poche ore dalla celebrazione del risultato elettorale, Takaichi ha dichiarato l’intenzione di avviare il processo di revisione della Costituzione del 1947, redatta durante l’occupazione statunitense del Giappone. La revisione costituzionale rappresenta la missione originaria dell’LDP fin dalla sua fondazione nel 1955 e costituisce un filo rosso che lega l’attuale leadership all’eredità politica di Abe. In questo senso, la vittoria elettorale non viene letta da Takaichi come un punto di arrivo, ma come una finestra storica da sfruttare.

Tuttavia, la portata simbolica e politica della riforma costituzionale non deve nascondere i suoi limiti strutturali. Modificare la carta fondamentale giapponese è un processo caratterizzato da soglie deliberatamente elevate: richiede una maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere della Dieta e l’approvazione finale di un referendum popolare, strumento che il Giappone non ha mai sperimentato. Sebbene la coalizione di governo disponga ora di una super maggioranza nella Camera bassa, il controllo della Camera alta resta fuori portata e imporrà negoziati con forze di opposizione. Allo stesso tempo, i sondaggi mostrano da tempo un’opinione pubblica attraversata da un atteggiamento sempre più ambivalente verso la Costituzione: ampiamente rispettata come fondamento dell’identità nazionale, eppure percepita da una parte crescente della popolazione come non più pienamente adeguata alle sfide contemporanee – fattore a favore di Takaichi.

Il nodo più sensibile, e simbolico, resta l’Articolo 9, la cosiddetta “clausola pacifista”. Pur essendo stato progressivamente reinterpretato per consentire l’esistenza delle Forze di Autodifesa, dell’industria della difesa e di forme limitate di difesa collettiva, esso continua a rappresentare un pilastro identitario del Giappone postbellico. Nel contesto di un ambiente internazionale sempre più instabile, una revisione formale dell’Articolo 9 appare oggi politicamente più legittima rispetto ad altri momenti del passato e potenzialmente accettabile per una pluralità di attori internazionali, in particolare tra gli alleati e i partner strategici di Tokyo. Ciò non escluderebbe, tuttavia, una forte strumentalizzazione del processo da parte di Paesi come Cina e Corea del Nord, pronti a presentarlo come un ritorno a logiche di militarizzazione. Sul piano interno, una modifica darebbe maggiore legittimità politica e giuridica allo strumento militare, ma potrebbe generare un dibattito tra opinione pubblica e forze politiche – strumentalizzatile dalle opposizioni. In questo quadro, una strategia graduale — ad esempio il riconoscimento costituzionale delle Forze di Autodifesa o interventi mirati e meno polarizzanti — potrebbe risultare la via più sostenibile nel breve periodo.

Sul piano strategico e geopolitico, con cui la riforma costituzionale può essere interconnessa, Takaichi sembra muoversi in continuità con la linea tracciata da Abe, sebbene con un grado di assertività potenzialmente superiore, reso possibile dal nuovo mandato politico. Il concetto di “Free and Open Indo-Pacific” (FOIP) resta il perno della postura esterna giapponese, non solo come cornice diplomatica ma come vero e proprio costrutto strategico che integra sicurezza marittima, resilienza delle catene di approvvigionamento, cooperazione tecnologica e deterrenza regionale. In questo quadro, il rafforzamento dell’alleanza con gli Stati Uniti e della cooperazione con partner chiave come l’India (o l’Italia, visto anche il feeling personale Takaichi-Meloni) assume una valenza strutturale, funzionale a riequilibrare i rapporti di forza nell’Indo-Pacifico senza scivolare in una logica di confronto diretto.

Il rapporto con la Cina rimane la principale variabile di rischio strategico e il principale moltiplicatore politico del nuovo corso di Takaichi. La schiacciante vittoria elettorale ha di fatto attenuato l’opposizione interna a una linea di sicurezza più incisiva, ampliando lo spazio politico per un rafforzamento della postura difensiva giapponese in funzione di deterrenza, in particolare nello scenario di una crisi su Taiwan. Le dichiarazioni della premier su una possibile risposta militare giapponese qualora un’azione cinese contro l’isola minacciasse direttamente il territorio nazionale hanno contribuito ad accrescere le tensioni con Pechino, ma non hanno prodotto costi politici interni rilevanti, segnalando una maggiore disponibilità dell’opinione pubblica ad accettare un linguaggio di sicurezza più esplicito.

La risposta cinese, caratterizzata da accuse di un presunto ritorno al militarismo e accompagnata da forme di pressione economica selettiva, conferma la tendenza della Repubblica popolare a leggere la politica di sicurezza giapponese attraverso una lente storica e ideologica. In questo quadro, la postura di Takaichi appare orientata alla costruzione di una deterrenza credibile, accompagnata dalla disponibilità al dialogo, purché ancorato alla tutela dell’interesse nazionale. Per Tokyo, la sfida centrale resta dunque quella di calibrare il rapporto con Pechino lungo un difficile equilibrio tra fermezza strategica e gestione del rischio di escalation, in un contesto di persistente interdipendenza economica e di crescente incertezza strutturale del sistema cinese. Al contrario, gli Stati Uniti e un numero crescente di partner regionali tendono a interpretare l’evoluzione della postura giapponese come un contributo necessario alla stabilità regionale, coerente con una più ampia redistribuzione degli oneri di sicurezza nella regione.

In questo contesto, la dimensione economico-finanziaria assume un ruolo strumentale rispetto agli obiettivi strategici, cruciale per gli equilibri interni. La reazione positiva dei mercati alla vittoria elettorale riflette soprattutto l’aspettativa di stabilità e continuità decisionale. Resta tuttavia centrale la necessità di preservare la credibilità fiscale e il coordinamento con la politica monetaria, in una fase in cui il Giappone si confronta con l’uscita definitiva dal regime deflazionistico. La gestione del debito pubblico, la comunicazione con gli investitori e il rispetto dell’autonomia della Bank of Japan rappresentano condizioni abilitanti per sostenere, e non ostacolare, l’agenda strategica del governo.

Infine, il nuovo ciclo politico si innesta su sfide strutturali di lungo periodo — demografia, forza lavoro, ruolo delle donne e immigrazione — che incidono direttamente sulla proiezione di potenza e sulla resilienza nazionale. Politiche eccessivamente restrittive in materia migratoria potrebbero rispondere a esigenze di consenso nel breve periodo, ma rischiano di indebolire nel medio-lungo termine la capacità del Giappone di sostenere ambizioni strategiche crescenti in un contesto di competizione sistemica.

In conclusione, la vittoria di Sanae Takaichi apre una fase di opportunità straordinarie per il Giappone, ma rende altrettanto stringente la necessità di scelte ponderate. Il suo mandato combina stabilità politica e ambizione riformatrice in un contesto internazionale complesso. Il successo del nuovo corso dipenderà in parte dalla forza del mandato in sé, ma anche (e soprattutto) dalla capacità di tradurlo in riforme credibili, sostenibili e condivise, evitando che si producano scelte non pienamente allineate ai vincoli istituzionali interni e agli equilibri strategici regionali.

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