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Segnali dal Marocco

di Alessandro Giuli

Insediatosi poco più di due settimane fa, il nuovo governo marocchino indicato dal re Mohammed VI sembra voler mostrarsi ancor più aperto alla sensibilità occidentale. L’analisi di Alessandro Giuli.

Insediatosi poco più di due settimane fa, il nuovo governo marocchino indicato dal re Mohammed VI sembra voler mostrarsi ancor più aperto alla sensibilità occidentale, se non altro in materia di rappresentanza di genere e svecchiamento della classe dirigente. A differenza del precedente, che ne contava soltanto quattro, nell’esecutivo presieduto da Aziz Akhannouch figurano sette donne in posti strategici e diversi giovani. Oltretutto, per la prima volta nella storia marocchina, il ministero dell’Economia e delle Finanze viene affidato a una gestione femminile, sia pur già sperimentata nei dicasteri del Turismo, dell’Artigianato, del Trasporto aereo e dell’Economia sociale nel precedente governo di Saâd Dine El Otmani: la prescelta è stata Nadia Fettah Alaoui, dal chiaro profilo tecnico sperimentato nel mondo della finanza e delle assicurazioni. Notevoli, fra le altre, anche le scelte ricadute su Sanità e Protezione sociale (Nabila Rmili, sindaco di Casablanca, volto pubblico della lotta alla pandemia di Coronavirus e regista del provvedimento che pochi giorni fa ha reso obbligatorio il pass vaccinale per l’accesso alle amministrazioni e ai luoghi pubblici), Pianificazione territoriale (Fatima Ezzahra El Mansouri, sindaco di Marrakech), Transizione energetica e sviluppo (Leila Benali, “chief economist” nell’International Energy Forum), Solidarietà, Inclusione sociale e Famiglia (Aouatif Hayar, già alla guida dell’Università Hassan II di Casablanca).

Dal governo di grande coalizione di Rabat – la maggioranza va dai liberali del Raggruppamento nazionale degli indipendenti al progressista Partito autenticità e modernità passando per i conservatori di Istiqlal è anche giunto un segnale distensivo nei confronti della Francia, con la nomina ad ambasciatore a Parigi di Mohamed Benchaâboun, un altro tecnocrate (ex ministro delle Finanze) tutt’altro che sgradito all’establishment macroniano nel momento in cui le tensioni con l’Algeria hanno portato a un pericoloso stallo nelle forniture di gas all’Europa e a un rinnovato interventismo russo nell’area sahariana (il ministero per gli Affari esteri di Mosca sta dando ampio risalto alla prossima riunione della Commissione bilaterale russo-marocchina di cooperazione economica e tecno-scientifica). Proprio nel quadro di una rinnovata disponibilità alla cooperazione economica con l’Occidente va il recentissimo progetto di una linea elettrica sottomarina lunga 3.800 chilometri che collegherà il Marocco al Regno Unito per fornire energia prodotta dal sole e dal vento del deserto. Un disegno al quale potrebbe non essere estranea la vocazione imprenditoriale internazionale di Akhannouch, le cui attività spaziano dall’edilizia agli idrocarburi e gli hanno garantito sinora un patrimonio di oltre due miliardi.

Nel frattempo, nel cuore della società civile marocchina riprende forma il dibattito culturale intorno all’abolizione della pena di morte. Nel corso di una conferenza stampa a Rabat, il 10 ottobre scorso (Giornata internazionale contro la pena di morte) la presidente del Consiglio nazionale dei Diritti dell’uomo, Amina Bouayach, ha espressamente sottolineato come la pena capitale prevista dalla legislazione marocchina contraddica una chiara indicazione contenuta nel capitolo 20 della Costituzione. Contestualmente, la Fondazione Ajial ha presentato nella Maison Denise Masson di Marrakech il volume collettaneo “Le droit de vivre”, nel quale trentasette intellettuali marocchini difendono la causa abolizionista appellandosi al messaggio indirizzato da Mohammed VI all’ultimo Forum mondiale dei diritti dell’uomo a Marrakech, nel quale il sovrano incoraggiava parlamentari e giuristi a confrontarsi con le iniziative della società civile. Quest’anno l’appuntamento è stato dedicato in modo speciale “alle donne condannate, uccise, graziate o riconosciute innocenti”. Sebbene, secondo i dati disponibili, nel 2020 soltanto due donne siano state condannate e una abbia beneficiato della “grazia reale”, denunciare il fatto in sé serve a illuminare le condizioni nelle quali vivono le donne sotto detenzione, come ha notato Nouzha Skalli, coordinatrice della Rete delle parlamentari marocchine contro la pena di morte. La nutrita e autorevole presenza femminile nel governo di Akhannouch potrebbe giocare un ruolo non secondario anche su questo tema.

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