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Stati Uniti e Cina cercano un terreno comune per il confronto

Il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha incontrato in Cina il suo omologo Qin Gang e il Presidente Xi. Nel clima di competizione tra USA e Cina, si muovono i primi tentativi di un possibile dialogo? Una breve analisi

Il 18 e 19 giugno il Segretario di Stato americano Antony Blinken, si è recato in visita ufficiale in Cina, dove ha incontrato il ministro degli Esteri, Qin Gang, il capo del dipartimento Esteri del Partito Comunista Cinese, Wang Yi e – dopo una decisione dell’ultima ora – anche il presidente Xi Jinping. Una due giorni di particolare importanza, visto il livello degli incontri che si sono tenuti, e il momento storico in cui è avvenuta. Dopo gli anni complicati della crisi pandemica e le tensioni recenti, esacerbate dallo scoppio della Guerra in Ucraina.

Si tratta infatti della prima visita di un Segretario di Stato americano in Cina dal 2018. Blinken si sarebbe dovuto recare nel paese già a inizio febbraio 2023, ma a seguito dell’intercettazione di numerosi palloni spia cinesi sopra lo spazio aereo degli Stati Uniti – avvenute pochi giorni prima della data di partenza prevista – la visita era stata cancellata, segnando il punto più basso delle relazioni bilaterali dalla loro instaurazione nel 1979.

Pur rimanendo la situazione all’insegna di una tensione politico-economica di fondo, che caratterizza le relazioni tra i due giganti globali da alcuni anni, da febbraio si sono registrati diversi incontri, perlopiù informali, tra alcuni rappresentanti delle amministrazioni dei due paesi. Tentativi ascrivibili, più che a una nuova forma di disgelo delle relazioni, alla ricerca di una via di possibile dialogo strategico tra Washington e Pechino.

Non a caso, durante la conferenza sulla Sicurezza di Monaco, lo stesso Blinken aveva avuto un bilaterale con Wang Yi, mentre nel mese di marzo il vicesegretario di Stato responsabile per la Cina e Taiwan, Rick Waters, si era recato a Hong Kong, Shanghai e Pechino. In modo analogo, il consigliere per la Sicurezza Nazionale, Jake Sullivan, ha incontrato a maggio Wang Yi a Vienna e nel corso dello stesso mese – ma reso noto solo a giugno – il direttore della CIA, William Burns, è andato in Cina. L’ultimo incontro rilevante è stato il breve faccia a faccia informale tra il Segretario alla Difesa americana, Lloyd Austin, e l’omologo cinese Li Shangfu, a margine dello Shangri-La Dialogue di Singapore, il 2 giugno.

Nel corso dei vari incontri di questi mesi, così come nel recente viaggio a Pechino di Blinken, le richieste degli Stati Uniti si sono concentrate sull’esigenza di mantenere aperte le linee di comunicazione, soprattutto nei settori della sicurezza e difesa. Ma sono emerse anche le preoccupazioni americane circa la pericolosità delle operazioni militari e di intelligence cinesi nei pressi di Taiwan e Cuba, sulla necessità che la Cina condanni l’aggressione russa all’Ucraina e soprattutto non fornisca armi alle Forze Armate di Mosca, comprese le milizie private.

Dalle autorità di Pechino è stata espressa preoccupazione circa l’ambiguità degli Stati Uniti sulla questione di Taiwan e disappunto per la decisione americana di vietare l’export nel paese di componenti necessari per l’alta tecnologia. Sono state, inoltre, criticate le sanzioni economiche nei confronti di esponenti di spicco del regime, come lo stesso ministro della Difesa Shangfu, e “l’erronea” percezione della Cina quale avversario dell’Occidente – posizione emersa in modo netto anche durante il recente vertice del G7 di Hiroshima. Al termine del quale infatti era stato reso pubblico un comunicato finale molto duro in merito ai rapporti con la Cina.

Pur avendo affermato che Washington continuerà a promuovere un ordine internazionale che sia libero e basato sul diritto, con particolare riferimento a Taiwan, Blinken ha rassicurato le controparti cinesi sul fatto che gli Stati Uniti sostengono la “One China Policy”. In parallelo, i vertici di Pechino hanno dichiarato che non vi sarà alcuna vendita di armi alla federazione russa anche se non verranno ristabilite le linee di comunicazione militare con Washington. È stato, tuttavia, accolto l’invito rivolto al ministro Qin Gang di recarsi presto negli Stati Uniti per portare avanti il dialogo strategico.

Sono, dunque, timidi segnali di apertura quelli che emergono dalla visita del segretario di Stato americano nel cuore politico del Celeste Impero. Probabilmente nel breve periodo, il viaggio di Blinken permetterà di ristabilire la cooperazione bilaterale su singole questioni specifiche e, forse, riaprire alcuni canali di comunicazione rimasti strategici, viste le numerose questioni aperte in cui il dialogo tra Cina e Stati Uniti potrebbe nel tempo farsi comunque necessario. Dalla vicenda climatica alle questioni diplomatiche legate agli sviluppi del conflitto russo-ucraino. Ad esempio, potrebbero recarsi in Cina le segretarie al Tesoro e al Commercio, Yellen e Raimondo, oltre all’inviato speciale per il Clima, Kerry. In modo analogo, Biden e Xi potrebbero incontrarsi in autunno al vertice APEC di San Francisco o al G20 in India.

Adottando una prospettiva di lungo periodo, è però presumibile che rimanga una condizione di competizione sistemica tra le due potenze. Che potrebbe anche tornare a toccare nuovi punti di tensione elevata. La Cina, forte della crescita economica degli ultimi venti anni, ha rafforzato indubbiamente anche la sua proiezione e il suo ruolo internazionale, in particolare in regioni come il Medio Oriente, l’Africa e il Sud America, arrivando anche a svolgere un non banale lavoro di mediazione nei rapporti tra due rivali storici come Iran e Arabia Saudita o intessendo rapporti, soprattutto economici, con molti paesi, attraverso iniziative come la Nuova via della Seta. Tanto da essere riuscita ad acquisire posizioni sempre più rilevanti verso i paesi del Global South, talvolta a scapito dei paesi occidentali, e rivendicando, nella sua retorica pubblica, la volontà di rappresentare una specifica alternativa politica al sistema internazionale a guida occidentale. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non sembrano voler rinunciare al proprio ruolo internazionale. Infatti, per esempio, si sono mantenuti comunque sempre attenti alle dinamiche che interessano l’Europa e il Mediterraneo, anche tornando a investire nella loro presenza militare nell’area a maggior ragione dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Ma restano, soprattutto, direttamente coinvolti nel confronto proprio con la Cina per i destini della regione indo-pacifica, in cui hanno continuato a promuovere il rafforzamento di un fronte comune con Australia, Corea del Sud e Giappone e rilanciato le proprie relazioni con l’India. Altro grande paese asiatico in costante ascesa. Un’area del globo in cui cercano di consolidare le proprie relazioni anche con altri paesi emergenti della regione, come il Vietnam o le Filippine, che non vantano rapporti sempre sereni con la Cina. Taiwan in tutto questo, rimane la grande questione in sospeso non solo per gli equilibri asiatici, bensì l’autentica “spada di Damocle” che pende sul futuro non solo delle relazioni tra Cina e Stati Uniti ma anche della sicurezza globale.

Resta il dato, non banale, che proprio nel clima attuale di competizione geopolitica, che riguarda soprattutto anche i settori delle nuove tecnologie e l’economia, mantenere, o ripristinare, canali di comunicazione tra le grandi potenze globali può risultare inevitabile. Anche al fine di costruire una possibile soluzione ad alcune delle attuali crisi in corso, Ucraina in primis. O forse, per provare a evitarne in futuro qualcuna nuova.

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