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Tra Marocco e Spagna. La partita per la Moncloa si gioca anche a Gibilterra e nel Sahara Occidentale?

L’evolversi delle dinamiche migratorie nel Mediterraneo sembra condizionare in misura sempre maggiore la politica dei paesi europei e possibili ripercussioni nel caso spagnolo. Un'analisi di Francesco Meriano

L’evolversi delle dinamiche migratorie nel Mediterraneo condiziona in misura sempre maggiore la politica europea. Mentre Roma guarda con preoccupazione all’incremento degli sbarchi profilato dalla crisi tunisina, l’attenzione di Madrid è rivolta allo stretto di Gibilterra. Punto di massima convergenza tra Europa e Africa – ampio soltanto 14 chilometri nel tratto che separa Tangeri dalla Rocca – il braccio di mare offre il passaggio più breve per i flussi che dalle coste del Marocco interessano Spagna e isole Canarie. La sfida securitaria per il controllo della West Mediterranean route ha già spinto la Spagna, nel marzo 2022, a un controverso cambio di rotta della propria politica estera a favore del Piano di autonomia stilato dal Marocco sulla regione atlantica del Sahara occidentale.

Si tratta di un brusco revirement per Madrid, schierata da più di quarant’anni a favore delle ambizioni statuali della Repubblica araba democratica del popolo sahrawi (RASD): entità che rivendica l’originario possesso del Sahara occidentale – abbandonato nel 1978 dagli ultimi contingenti coloniali spagnoli, e ad oggi in gran parte controllato dal Marocco – e che l’Algeria supporta in chiave anti-marocchina. L’apertura del governo socialista di Pedro Sanchez nei confronti del regno alawide, pur costando alla Spagna la sospensione dei rapporti commerciali e del Trattato d’amicizia stipulato con Algeri, le ha guadagnato la chiusura delle frontiere marocchine agli attraversamenti illegali.

Un’intesa a mutuo vantaggio, dunque, ufficializzata con la stipula di venti accordi multisettoriali a margine della visita di Sanchez a Rabat, il primo febbraio, nel quadro del primo Vertice bilaterale di alto livello organizzato tra Spagna e Marocco dal 2015. Il riallacciamento della cooperazione frontaliera con Rabat ha permesso a Sanchez di ridurre sensibilmente il numero degli sbarchi annui sulle coste iberiche, mentre il Marocco ha ottenuto una significativa vittoria diplomatica sul rivale algerino e consolida la propria influenza sul Sahara occidentale, regione chiave per la proiezione geoeconomica del regno verso l’entroterra africano. Ma il disgelo ha infuso nuovo slancio anche ad altri, annosi dossier legati alla cooperazione frontaliera tra i due regni.

Spicca, tra questi, l’avvio delle trattative per la normalizzazione amministrativa delle enclaves spagnole di Ceuta e Melilla, ultimi possedimenti coloniali di Madrid sulla costa marocchina, le cui frontiere doganali, tuttavia, non sono mai state riconosciute da Rabat. Il Vertice ha inoltre fornito l’occasione per ridiscutere i confini marittimi delle isole Canarie, in corrispondenza delle quali la zona economica esclusiva del regno alawide si sovrappone a quella spagnola. Una questione chiave per il controllo delle risorse ittiche del braccio di mare – principale zona di pesca delle flotte spagnola e marocchina – e per quello dei giacimenti di tellurio e cobalto rilevati sulla soggiacente placca continentale: materie prime necessarie allo sviluppo del parco rinnovabili di un Marocco in piena crisi climatica e teso alla realizzazione di un ambizioso programma di transizione energetica.

La rinnovata convergenza potrebbe, tuttavia, dimostrarsi più fragile del previsto. La percepita spregiudicatezza del pivot di Sanchez ha suscitato aspre critiche attraverso l’interezza dello spettro parlamentare spagnolo: un j’accuse rivolto, nel corso delle ultime interrogazioni parlamentari, tanto ai costi umani del blocco frontaliero – messi in luce, nel luglio 2022, dalla morte di circa trenta migranti al confine ispano-marocchino di Melilla – quanto all’improvvisa rottura con l’Algeria e con la Repubblica sahrawi, che nel novembre 2020 ha riaperto le ostilità con le forze armate marocchine. Rottura che – ricordiamo – risulta particolarmente delicata giacché l’Algeria rappresenta per Madrid, in pieno conflitto ucraino, il principale fornitore internazionale di idrocarburi.

La frattura più vistosa è proprio quella tra il PSOE (Partido Socialista Obrero) di Sanchez e gli alleati di coalizione di Unidad Podemos, che accusano il capo del governo di aver svenduto la causa sahrawi in cambio della sicurezza alle frontiere. Dichiarazioni tanto più scomode in quanto i morados restano necessari alla tenuta della maggioranza parlamentare di Sanchez, già minacciata dalla rapida crescita dei conservatori del Partido Popular e dell’ascendente ultradestra di Vox.

Se infatti la sinistra di Podemos denuncia la “compromissione etica e valoriale” del PSOE, l’accordo sembra offrire alle destre l’occasione per una serrata campagna di stampo nazionalista. E’ in particolare il caso di Vox – formazione ultraconservatrice fondata nel 2013 da Santiago Abascal – secondo cui la Spagna sarebbe vittima del “ricatto” frontaliero di Rabat. Non aiuta Sanchez, a questo proposito, il fatto che il regno alawide si stia dimostrando un alleato ingombrante – e vocalmente insoddisfatto – nell’ambito di diverse questioni regionali. Ha sollevato timori nell’opinione pubblica, ad esempio, l’eventualità – smentita dal governo regionale di Las Palmas ma profilata da numerosi quotidiani marocchini – che Madrid potesse cedere a Rabat il controllo delle rotte aeree sul Sahara occidentale, attualmente gestito dalle isole Canarie.

Significativa dei malumori sotterranei all’intesa è anche la protesta sollevata dal regno alawide contro il Commissario europeo all’immigrazione Margaritis Schinas. Nel corso di una dura requisitoria contro la politica frontaliera del Marocco, Schinas aveva sottolineato l’importanza di Ceuta e Melilla quali “frontiere dell’Europa”. Mentre Rabat, nel contraddittorio inviato a Bruxelles a fine maggio, le definisce senza mezzi termini “città marocchine”. Lo scontro riaccende l’annosa disputa coloniale sulle due enclaves e sottolinea l’assenza di progressi nelle negoziazioni intraprese sull’argomento a seguito del Vertice. Un’aperta provocazione da parte di Rabat, espressa in perfetta coincidenza con la vigilia delle elezioni regionali spagnole di questo 28 maggio.

Rapporti ancora conflittuali, dunque, informati, da parte marocchina, tanto dall’inesausto revanscismo post-coloniale quanto dalla determinazione a far leva sul capitale diplomatico di Rabat quale baluardo anti-immigrazione delle frontiere europee. Una strategia che le opposizioni nazionaliste spagnole – poco aduse a percepirsi junior partner del confinante meridionale – digeriscono con fatica sempre maggiore.

Ne deriva che per Sanchez gli accordi con il Marocco – pur lontani dal costituire l’unica criticità in seno al fronte socialista – potrebbero, in vista delle elezioni presidenziali, rivelarsi faustiani. Eventualità corroborata dai risultati della tornata regionale, che profilano una Spagna tinta di azzurro. I conservatori di Alberto Nunez Feijoo risultano vincitori a Madrid e strappano ai socialisti sei capitali regionali su otto, compresa la “rossa” Siviglia, mentre Vox – pur senza ottenere il controllo diretto di alcun centro – raddoppia i propri voti e triplica i seggi nei consigli municipali: e se il PSOE difende un buon margine nelle province a controllo rosso, Podemos, compromessa agli occhi del proprio elettorato dall’associazione con Sanchez, non conquista una sola piazzaforte. In mano ai conservatori – significativamente – anche i pomi della discordia di Ceuta e Melilla, dove languono le auspicate trattative per il raggiungimento dell’intesa doganale. Una sconfitta non decisiva, ma netta a sufficienza da spingere Sanchez ad anticipare ufficialmente le presidenziali al 23 di luglio.

Si tratterà – chiudendo il cerchio – di un confronto da cui potrebbero dipendere le future relazioni ispano-marocchine. Se la questione del Sahara occidentale continua a dividere il PSOE dalle altre formazioni dell’izquierda, appare possibile che i conservatori del Partido Popular possano appoggiarsi al voto utile di Vox per spostare l’ago della bilancia elettorale a scapito dei socialisti: eventualità già profilata dall’accordo raggiunto tra le coorti di Feijoo e Abascal per il governo congiunto della Comunità autonoma di Valencia.

Vero è che la consacrazione istituzionale potrebbe ammorbidire Vox, le cui radicali posizioni anti-immigrazione beneficerebbero del controllo frontaliero fornito dal Marocco. Ma resta egualmente possibile che a beneficio della convenienza elettorale si irrigidisca la linea del Partido Popular – sinora relativamente moderata – sul dossier marocchino, incrinando i già tesi rapporti con Rabat. Il partito di Abascal non ha d’altronde mai fatto mistero della profonda avversione per il regno alawide, accusando apertamente la leadership marocchina di condurre, attraverso gli accordi, una politica di infiltrazione e sovvertimento dello Stato spagnolo.

Tensioni, certo, ancora allo stato embrionale e soggette all’incertezza di una competizione elettorale che si preannuncia serrata. Ma resta lecito pensare che una virata spagnola a destra possa minare la stabilità dell’(incerto) processo di conciliazione intrapreso dai due regni sulle questioni confinarie. Un’incognita anche – e soprattutto – per il futuro evolversi delle dinamiche migratorie nel Mediterraneo occidentale, condizionate da un accordo che già mostra numerose crepe. Scenari ancora nebulosi che meriterebbero, nel breve periodo, attenzione più approfondita.

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