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Israele rimanda l’attacco a Rafah, da dove passa il dilemma sugli equilibri regionali

L’ultima roccaforte di Hamas è anche un luogo di rifugio per oltre un milione di palestinesi. Netanyahu rimanda l’attacco: da esso dipendono equilibri che coinvolgo l’intera regione. Ecco il dilemma israeliano. Il punto di Daniele Ruvinetti

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, aveva detto pubblicamente che “c’è una data” già fissata per l’operazione di terra a Rafah, considerata l’ultima porzione della Striscia di Gaza in cui Hamas si è rifugiata e per questo è imprescindibile che lì arrivi la campana militare con cui Israele vuole obliterare l’organizzazione terroristica che amministra l’enclave palestinese sul Mediterraneo – campagna militare nata dopo l’attentato mostruoso del 7 ottobre che ha dato il via alla guerra e alla crisi regionale in Medio Oriente. Tuttavia, secondo le informazioni più concrete, Netanyahu avrebbe per ora messo in stand-by l’operazione, consapevole che sarebbe una miccia d’innesco per un’escalation troppo critica nel mezzo dell’enorme tensione in corso con l’Iran – dopo l’attacco subito nella notte tra sabato e domenica 14 aprile.

Va infatti tenuto conto che la crisi regionale mediorientale si muove su due piani, differenti ma inevitabilmente interconnessi – secondo il principio del "tutto si tiene". A maggiore ragione in questa situazione. Israele è convinta che i suoi problemi con Hamas e Hezbollah, la milizia libanese con cui è in guerra dal 2006, abbiano anche una radice comune: l’Iran. Ciò che avviene nella Striscia di Gaza non è dunque separabile da quello che succede tra Gerusalemme e Teheran – che finanzia e arma milizie come Hamas e Hezbollah, e molte altre in giro nella regione, anche secondo la narrazione antisemita.

Ora, che Netanyahu ribadisca non solo la necessità prioritaria di agire a Rafah, ma addirittura che l'azione è già stata fissata, è un dato politico tanto quanto il temporeggiamento su quell'azione (sì, ma per quanto?). Perché l'invasione della città meridionale, sul confine Israele-Egitto, era considerata già da prima del caos con l'Iran altamente problematica. Nelle ultime settimane gli Stati Uniti hanno esercitato sempre più pressioni pubbliche su Netanyahu per non effettuare una grande operazione a Rafah, perché se è vero che può essere l'ultima roccaforte di Hamas, è altrettanto vero che la città sta anche ospitando più di 1 milione di sfollati – fuggiti mentre i combattimenti dilagavano altrove nella Striscia devastata.

Il primo aspetto che alza l'attenzione è la crisi umanitaria potenziale. Dove fuggirebbero quelle persone che a Rafah hanno trovato rifugio momentaneo? Tutto va inserito nel contesto disperato in cui vivono i palestinesi nella Striscia, con il rischio carestia imminente e l'assenza di ogni genere di prima necessità – e l'aumento degli aiuti lasciati entrare da Israele nel territorio palestinese, e l’avvio di iniziative come l’italiana “Food for Gaza” e il corridoio marittimo da Cipro, non sono sufficienti al momento per sistemare e recuperare la situazione.

C'è poi il fattore geopolitico: la prima direttrice di fuga per i civili sarebbe l'Egitto, ma Il Cairo si trova a gestire una complicata crisi economica (con l'Ue intervenuta per salvare il Paese da un potenziale caos) e un tessuto sociale sensibile: sarebbe in grado, politicamente ed economicamente, di accogliere tutte quelle persone?
Da qui si apre lo scenario ulteriore. Un attacco a Rafah sarebbe complicato da gestire perché altererebbe ulteriormente i disequilibri regionali. Mettendo in difficoltà l'Egitto, sensibilizzerebbe ulteriormente i Paesi arabi della regione (che condividerebbero non solo le sofferenze dei palestinesi, ma sarebbero anche solidali con le criticità che Il Cairo si troverebbe a dover controllare). Di più: l'attacco potrebbe portare a un aumento del coinvolgimento da parte delle milizie dell'Asse della Resistenza (ossia quel set di formazioni armate connesse ai Pasdaran che detesta Israele, e l'Occidente in genere, e che sta sfruttando la guerra a Gaza per i propri interessi nella destabilizzazione regionale). Queste sarebbero mobilitate a maggiore ragione adesso, con gli equilibri tra Israele e Iran ormai saltati dopo il coinvolgimento diretto di Teheran nella rappresaglia all'attacco in cui sono rimasti uccisi diversi alti ufficiali dei Pasdaran davanti all'ambasciata iraniana di Damasco. Va anche considerato che in ballo ci sono pure i negoziati per il rilascio degli ostaggi ancora in mano a Hamas e il potenziale cessate il fuoco.

E di nuovo il pallino torna sul governo israeliano. La rivendicazione di Netanyahu sulla volontà di un'azione su Rafah era un chiaro messaggio indirizzato sia ai suoi interlocutori esterni – su tutti gli Stati Uniti – che agli alleati di governo che ne garantiscono la sopravvivenza politica. Non era un caso se la dichiarazione del primo ministro israeliano era arrivata poche ore che le forze armate avevano annunciato il ritiro di alcune truppe dalla Striscia – con il ministro della Sicurezza, l’ultranazionalista Itamar Ben-Gvir, che ha subito avvertito: “Se il primo ministro decide di porre fine alla guerra senza un’offensiva su larga scala a Rafah per sconfiggere Hamas, non avrà il mandato per continuare” a governare. La presa di posizione di Ben-Gvir sottolineava quanto la politica interna israeliana pesi su qualsiasi evoluzione, perché Netanyahu, che dipende sia dal partito del Potere ebraico del ministro della Sicurezza Nazionale che da una seconda fazione di estrema destra guidata da Bezalel Smotrich, non ha intenzione di perdere la sua maggioranza.

Tale genere di dinamiche interne sono attualmente un fattore di alterazione nell’intero sistema del conflitto e della gestione della crisi con l'Iran. Netanyahu, infatti, non può apparire distratto dalla crisi apertasi con il rivale storico, pena concedere un successo narrativo a Teheran – che rivendicherebbe quella distrazione come una mossa a favore dei palestinesi, per fermare Israele nella Striscia. Allo stesso tempo però non può innescare un'escalation che finisca per coinvolgere gli attori regionali (scontentandoli) e i proxy iraniani.

Israele in definitiva è davanti a un dilemma, perché deve difendere interessi tattici e strategici su un quadruplo fronte: innanzitutto quello che riguarda la guerra contro Hamas, iniziale priorità; poi la gestione dello scontro con l'Iran, che rischia l'innesco di un'escalation incontrollata; inoltre c'è la relazione con gli attori (e i partner) regionali, che hanno aiutato in qualche modo a proteggere lo stato ebraico durante l'attacco iraniano ma chiedono forme di stabilità; infine l'opinione pubblica internazionale, che è generalmente avversa alla guerra. Molti di questi equilibri passano dal valico di Rafah.

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