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L’attacco degli Houthi e il quadro di sicurezza del Golfo e del Mar Rosso

di Daniele Ruvinetti

L’attacco ad Abu Dhabi va inquadrato in più ampio contesto regionale. Conflitto yemenita, architettura di sicurezza del Golfo e trattative con l’Iran non possono essere letti come dossier distinti. L’analisi di Daniele Ruvinetti

Dopo tempo che episodi del genere non si verificavano, l'attacco rivendicato dai ribelli Houthi contro gli Emirati Arabi Uniti diventa un preoccupante elemento di novità.

Innanzitutto, perché i droni piombati nella zona industriale di Musaffah, vicino agli impianti di stoccaggio della società petrolifera Adnoc e, soprattutto, all'aeroporto internazionale di Abu Dhabi, hanno riportato alle cronache mainstream una guerra devastante – il conflitto yemenita – spesso dimenticata nonostante la morte e le sofferenze che ha prodotto a milioni di persone.

È vero, poi, che probabilmente la contingenza è più che altro locale: gli Houthi, che dal 2015 hanno rovesciato il governo di Sanaa, combattono contro una coalizione guidata dai sauditi. Gli emiratini ne erano parte, sebbene dal 2019 abbiano ritirato le truppe: recentemente però Brigata dei Giganti, formazione anti-Houthi sostenuta dagli Emirati, è stata decisiva per la disfatta dei ribelli nel fronte a sud dell'importante centro di Marib, da tempo conteso, e per la loro perdita dell’intera provincia di Shabwa, avvenuta la scorsa settimana.

Nelle ore successive ai bombardamenti sulla capitale ci sono state diverse incursioni aeree in rappresaglia diretta contro gli Houthi: caccia F-15 hanno distrutto due lanciamissili balistici e diversi droni sono stati intercettati mentre stavano per colpire in Arabia Saudita. Abu Dhabi ha annunciato un aumento del proprio coinvolgimento.

L'attacco in profondità contro il territorio emiratino, come lo ha definito il portavoce degli Houthi, è stato dunque solo una sorta di vendetta che amplia – o meglio torna ad ampliare – il fronte regionale della guerra in Yemen? Se ne vedranno le conseguenze, ma intanto va registrato che è proprio qui che va rintracciato l'elemento rappresentativo di quanto accaduto: tutto si pone infatti nel punto di intersezione tra il dossier yemenita e quelli che riguardano la sicurezza del Golfo e le trattative con l'Iran.

I tre temi si sovrappongono. Il conflitto in Yemen è alimentato – come forma di guerra per procura – dai Pasdaran, che forniscono componentistica militare agli Houthi, i quali poi provvedono ad assemblarla. Questo nel tempo ha reso le capacità militari degli yemeniti molto più avanzate di quanto non fossero all'inizio del conflitto (e anche a ciò si legano le difficoltà che la coalizione a guida saudita ha incontrato).

L'invio di armi a gruppi combattenti nella regione è uno di quegli atteggiamenti iraniani che vengono portati sul tavolo da chi vorrebbe interrompere i negoziati con Teheran sulla ricomposizione dell'accordo sul nucleare JCPOA. Non ci sono solo gli Houthi, sebbene siano questi i satelliti al momento in guerra aperta, ma anche altri gruppi: alcuni accomunati dal fondamento ideologico, ma più che altro sono interessi reciproci a tenere insieme i Pasdaran e le milizie sciite come Hezbollah o le realtà irachene.

È qui che questo doppio dossier diventa fattore cruciale per la costruzione di un'architettura di sicurezza non solo nella regione del Golfo ma anche nel Mar Rosso dove è strategicamente collocato lo Yemen, che poi significa nel Mediterraneo allargato – ossia nell'area di proiezione degli interessi strategici di paesi come l'Italia, ed ecco perché lo Yemen o il JCPOA diventano questioni molto più vicine a Roma di quanto si possa immaginare.

La possibilità di costruire attorno a Teheran un quadro di dialogo, partendo dal più caldo dei dossier aperti (quello sul nucleare) per poterlo poi allargare ad altre tematiche che riguardano l'intera regione, è sempre stata, tra gli obiettivi dei negoziati, quello meno esplicito ma più profondo. L'intersezione delle tre questioni collide con le dinamiche di distensione che caratterizzano diverse crisi nella regione, comprese quelle che riguardano i rapporti delle potenze arabe con l'Iran. Tant'è che mentre gli Houthi colpivano gli Emirati, funzionari iraniani si spostavano in Arabia Saudita per la prima volta dal 2016.

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