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Le manovre cinesi intorno a Taiwan

Le esercitazioni militari con cui la Cina ha recentemente circondato Taiwan avevano anche l’obiettivo di tagliare fuori l’isola dal resto del mondo. Per questo Taipei cerca connessioni per evitare l‘isolamento. L’analisi di Emanuele Rossi

L’ultima delle delegazioni di congressisti statunitensi che ha visitato Taiwan portava con sé un segnale fondamentale per il paese autogovernato: “non siete soli”. Per la nuova presidenza di Lai Ching-te, inaugurata il 20 maggio, questo è un fattore determinante, tanto da essere al momento il fulcro della sua politica internazionale (e in parte anche di quella interna). Taiwan vuole aumentare le relazioni con il resto del mondo, perché sa che più legami costruisce, più è complicato per Pechino spezzarle e – come da ambizione esistenziale del Partito Comunista Cinese – procedere con ciò che viene definita “riannessione”.

La Repubblica di Cina non è mai stata sotto la Repubblica Popolare, ma quest’ultima non parla mai di “annessione”, sempre di “riannessione”, perché significa dare a Taiwan un destino chiaro, frutto dell’idea che essa sia una sorta di provincia ribelle da riportare sulla retta strada. Inoltre, serve anche per creare un pressing psico-sociale sui cittadini taiwanesi (e preparare i cinesi), al fine di convincerli che quella è la strada giusta – sfruttando il concetto di auto-avveramento che l’uso costante delle parole produce.

La situazione a cavallo dello Stretto ruota intorno a questi concetti di guerra psicologica e informativa, di narrazione e disinformazione, ora iper-implementati dalle capacità delle produzioni cyber che vanno dalle potenzialità dell’AI generativa a quelle della diffusione dei dati, a conferma che in effetti la geopolitica e il mondo digitale sono fortemente interconnessi. Le recenti esercitazioni, che Pechino ha definito “punitive” nei confronti di Lai, servono esattamente a questo, inserendosi perfettamente in tale narrazione, nella quale per altro il nuovo presidente, sempre per quel gioco sottile che ruota attorno alle parole, viene definito “indipendentista” dal Partito/Stato.

Il concetto di indipendenza di Taiwan, non incluso nel programma di Lai e del suo partito (sebbene alcune posizioni in passato), spezza la One China Policy con cui il resto del mondo ha accettato di costruire relazioni con la Cina popolare, a patto di non riconoscere mai Taiwan come entità indipendente. Ed è esso stesso che lascia spazio a quell’ambiguità strategica che gli Stati Uniti – punto di riferimento globale – mantengono sul tema. Si parla di proteggere lo status quo, che garantisce un’autonomia generale, pressoché totale, ma senza il riconoscimento formale di indipendenza. La Cina dal canto suo accusa gli Stati Uniti proprio su questo punto, sostenendo che visite come quelle da Capitol Hill delle ultime settimane sono una violazione proprio della One China Policy, perché favoriscono l’indipendenza.

Pechino teme che l’indipendenza possa diventare in qualche modo implicita, quasi come una conseguenza dovuta, se Taiwan acquisisse maggiore peso a livello internazionale. Per tale ragione cerca di rendere l’isola sempre più isolata. Le esercitazioni che accerchiano Taiwan per ritorsione sembrano servire a mandare questo messaggio: possiamo tagliare fuori Taiwan dal resto del mondo. La creazione di un blocco navale attorno all’isola, e di un ombrello aereo e missilistico nello spazio aereo taiwanese , significa che qualsiasi comunicazione di Taipei con l’esterno dovrebbe passare dal filtro cinese. E dunque, non sarebbe nemmeno possibile rifornirla in termini militari per difendersi se fosse invasa – e il prolungarsi di un blocco navale offensivo la porterebbe a essere totalmente dipendente da Pechino.

A questo sono servite le simulazioni di law enforcement, con training di ispezioni condotte dalla Guardia Costiera Cinese separatamente dalle altre manovre militari di metà maggio. Esercitazioni che per altro la Cina ha attuato anche nei pressi delle Filippine. Oltretutto, inviare quei pattugliatori verso le acque contese filippine rappresenta una dimostrazione di forza generale nell’intero quadrante indo-pacifico, nonché un messaggio di dominio geopolitico davanti a chi pensa di aiutare Taiwan (e non solo) in caso di conflitto.

Si lega anche a ciò la volontà americana di fornire a Taiwan capacità militari altamente qualificate e in buona quantità, sia per evitare che possa essere facilmente attaccabile (veniva chiamata “strategia del porcospino”), sia per non incorrere nel rischio che i taiwanesi siano a corto di armi per respingere un primo attacco. Durante le recenti attività di parliamentary diplomacy statunitense non a caso è stata enfatizzata l’assistenza americana – con il Congresso che il mese scorso ha approvato un pacchetto di aiuti nel quale sono inclusi circa 2 miliardi di dollari a sostegno dell’esercito taiwanese e di altri alleati statunitensi nell’Indo-Pacifico.

Le esercitazioni cinesi sembrano, dunque, minacce vere e proprie, non solo nei confronti di Taiwan ma anche rispetto al security environment regionale da cui inevitabilmente – vista l’importanza dell’Indo Pacifico – passa anche la stabilità dell’ordine internazionale. Già in passato, in occasione della visita dell’allora speaker della House statunitense, Nancy Pelocy, a Taipei nell’agosto 2022, la PRC aveva mostrato i muscoli in modo aggressivo e massiccio. E dopo lo aveva rifatto quando la presidente Tsai Ing-wen aveva incontrato il successore di Pelosi, Kevin McCarthy, durante una visita negli Stati Uniti.

Anche questo spostamento dello status quo fa parte di quel genere di pressioni psicologiche sui taiwanesi e sulla Comunità internazionale, Il messaggio implicito sembra essere, infatti, che non esiste di fatto nessuno status quo se non quello che seguirà l’annessione. E gli effetti di tali azioni hanno ricadute interne: mentre le forze armate cinesi manovravano intorno all’isola a metà maggio, lo Yuan parlamentare taiwanese ha esposto le proprie divisioni con una discussione rocambolesca su una riforma promossa dalle opposizioni, tra esse, il partito fondatore nazionalista, il Kuomintang, che ha avviato una fase di maggiore apertura verso Pechino.

Ma la partita non è comunque solo interna. Bloomberg ha recentemente valutato che un taglio totale dei collegamenti di Taiwan sotto un blocco cinese – la segregazione completa anche senza invasione – a cui seguirebbe quasi certamente l’imposizione di sanzioni occidentali alla Cina, ridurrebbe il PIL globale di circa 5 trilioni di dollari, o del 5%, nel primo anno. I modelli di calcolo prevedono che il PIL americano potrebbe scendere del 3,3% nel primo anno, e quello della Cina dell’8,9%. Elementi in più per fare capire quanto è rilevante quello che accade nelle acque intorno a Taiwan.

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