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L’Iraq sotto il fuoco incrociato

Tra le pressioni iraniane e statunitensi, Baghdad fatica a formulare una strategia coerente

A due settimane dall’inizio della guerra in Iran, il conflitto travalica i confini di Teheran e si riverbera attraverso l’intero Medio Oriente. La reazione iraniana sigilla lo stretto di Hormuz e colpisce i partner statunitensi del Golfo, mentre in Libano Israele riprende l’offensiva contro il Partito di Dio. In Iraq, dove Washington e Teheran giocano una partita ventennale per orientare le sorti del paese, la competizione politica sfocia – ancora una volta – in lotta armata.

Israele e Stati Uniti hanno colpito gli arsenali di Teheran su suolo iracheno, mentre i principali gruppi armati filo-iraniani – Harakat al-Nujaba, Kataib Hizbollah and Kataib Sayed al-Shuhada – hanno sferrato attacchi missilistici contro le basi di USA e partner nel paese (colpita anche una base italiana) e contro Kuwait e Arabia Saudita, già impegnati a fronteggiare i bombardamenti dalla Repubblica islamica. I razzi degli affiliati di Teheran hanno però colpito soprattutto il Kurdistan iracheno, rispecchiando il timore che i fucili dei peshmerga possano sostenere un’insurrezione curdo-iraniana contro gli ayatollah.

Scossi dai rovesci dell’ultimo biennio, questi ultimi guardano all’Iraq come al principale caposaldo rimasto all’Asse della Resistenza, l’eterogenea rete di affiliati coltivata da Teheran attraverso il Levante. Con la caduta degli Assad in Siria, la decapitazione dei vertici di Hezbollah in Libano e le campagne dello Stato ebraico contro i gruppi armati yemeniti e palestinesi, i ranghi degli affiliati iracheni di Teheran – attivi dal 2003, quando gruppi legati all’Iran sostennero gli USA contro il regime di Hussein – restano i soli relativamente intatti.

Cooptato il nocciolo delle Forze di mobilitazione popolare (al-Ḥashd ash-Shaʿbī), istituite nel 2014 per arginare l’avanzata dell’ISIS, le milizie filo-iraniane hanno infatti ottenuto rappresentanza parlamentare in seno al blocco sciita del Quadro di coordinamento (SCF) e messo radici, complici massicci finanziamenti da Teheran, tra i gangli della muhasasa ṭā’ifiyya, il sistema di accordi a base etnico-religiosa sul quale si articola il milieu politico di Baghdad. Se in Libano, Siria e Yemen la longa manus dei chierici ha orientato l’azione di gruppi d’interesse precostituiti, l’Iraq rappresenta l’innesto più diretto dei proxies iraniani nel Levante.

Un processo di infiltrazione e cattura istituzionale i cui ritorni, nell’ora decisiva, si profilano inferiori alle aspettative. L’uccisione nel 2020 di Qassem Soleimani, principale liaison tra Teheran e le milizie filoiraniane, ha allentato il coordinamento con il centro e costretto queste ultime ad appoggiarsi ai più strutturati referenti di Hezbollah. Un partenariato minato alla base dalla morte di Hassan Nasrallah, ucciso dalle incursioni israeliane nel settembre 2024, e dal crollo della Siria assadista, snodo logistico chiave tra Libano e Baghdad, che nel dicembre dello stesso anno ha spezzato l’Asse della Resistenza in due tronconi.

Frattanto, l’ingresso nell’establishment ha spinto diversi leader pro-Iran a mitigare le proprie posizioni per vantaggio personale. La relativa moderazione di alcuni ex-campioni della lotta santa all’apertura delle ostilità – si veda Qais al-Khazali, leader di Asa'ib Ahl al-Haq – prefigura la trasformazione di parte delle milizie di Teheran in guardia pretoriana del partito di riferimento.

Ovattata, al di là della condanna di prammatica all’attacco israeliano e statunitense, anche la reazione della politica irachena. Reduce dall’elezione costituzionale di novembre, la sesta dal 2005, Baghdad fatica a formare un governo funzionante, con la nomina presidenziale, e di conseguenza quella del primo ministro, bloccata dallo stallo tra i curdi iracheni. Pur rafforzato dal boicottaggio elettorale del movimento sadrista – unico serio rivale per il voto della componente sciita – il Quadro di coordinamento, che comprende i partiti più vicini alla Repubblica islamica, resta intanto diviso tra l’ala moderata del premier uscente al-Sudani e quella di Al-Maliki, più vicino a Teheran e osteggiato dagli USA.

Tra i due fuochi restano le milizie delle Forze di mobilitazione, variamente orientate tra l’oltranzismo di Al-Maliki, la transizione politico-istituzionale (Badr, Asa’ib Ahl al-Haq) e le originarie strutture di comando militare. Marcatamente quietista la reazione del Najaf iracheno, che attraverso l’ayatollah al-Sistani – figura di riferimento per ampi segmenti dello sciismo duodecimano e autore, nel 2014, della fatwa che chiamò alle armi le Pmf contro l’ISIS – ha rilasciato una dichiarazione improntata alla tutela dell’ordine e della stabilità nazionale.

Anche per Washington la partita irachena si prospetta incerta. La possibilità che gli USA armino la resistenza curdo-iraniana, in gran parte acquartierata nel Kurdistan iracheno, pone quest’ultimo nel mirino degli attacchi di Teheran e spinge il governo regionale curdo (KRG), in controllo dell’oleodotto collegato al porto turco di Ceyhan, a pretendere da Baghdad maggiori garanzie per il trasporto del greggio iracheno verso il Mediterraneo.

Memore dei rapporti, storicamente ambigui, tra Casa Bianca e insurrezioni curde, il KRG è riluttante a lasciarsi trascinare in un conflitto che attiri gli strali di Teheran e metta a rischio anche i rapporti con Ankara. Quest’ultima beneficia delle esportazioni di greggio dal Kurdistan iracheno, ma resta pronta a scoraggiare qualunque mobilitazione curda tra Erbil e la frontiera anatolica.

Ogni tentativo americano in tal senso potrebbe dover quindi superare tanto l’ostilità turca, che considera i gruppi curdo-iraniani vicini al temuto PKK, quanto i dubbi dei cugini di Erbil, desiderosi di preservare un delicato modus vivendi con il vicino turco: mentre Ankara, storicamente infastidita dal supporto di Washington ai curdi siriani, dovrebbe ricevere incentivi massicci per permettere agli USA di ritentare l’esperimento in Iran. Privo di rotta univoca e preso tra due fuochi, intanto, l’Iraq rischia di vacillare.

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