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Oltre Hormuz

La guerra che sta cambiando la geografia della sicurezza energetica. L'articolo di Emanuele Rossi

Le guerre producono spesso effetti strategici diversi da quelli per cui sono iniziate. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran potrebbe essere ricordato non tanto per i suoi risultati militari o per il destino del programma nucleare iraniano, quanto per aver accelerato una trasformazione destinata a ridefinire la sicurezza energetica del Golfo.

Per oltre quarant'anni, la sicurezza della regione ha ruotato attorno a un principio semplice: lo Stretto di Hormuz era un'infrastruttura tanto essenziale quanto insostituibile. Se il mondo – energetico e commerciale – dipendeva da Hormuz, la priorità consisteva nel mantenerlo aperto attraverso deterrenza, presenza navale e libertà di navigazione. Oggi questo paradigma appare meno solido. Non perché Hormuz abbia perso importanza, ma perché la guerra ha mostrato quanto sia rischioso costruire la sicurezza energetica globale attorno a un unico chokepoint.

Il cambiamento più significativo riguarda la natura stessa della minaccia. Per decenni, la capacità dell'Iran di incidere sulla navigazione nello Stretto di Hormuz è rimasta soprattutto una leva di deterrenza. Pur avendo sviluppato gli strumenti militari per minacciare il traffico marittimo, Teheran non aveva mai trasformato quella capacità in una strategia di interdizione esercitata in modo sistematico. Il conflitto ha modificato questa dinamica. In risposta agli attacchi statunitensi, l'Iran ha dimostrato non solo di possedere gli strumenti per colpire il traffico commerciale, ma anche la volontà politica di impiegarli. Ha mostrato che non è necessario bloccare fisicamente lo Stretto per comprometterne la funzionalità economica. È sufficiente aumentare il livello di rischio fino a scoraggiare armatori, assicuratori e operatori commerciali. Il potere coercitivo di un chokepoint, quindi, non dipende soltanto dalla capacità di impedirne il transito, ma anche dalla possibilità di renderlo economicamente inaffidabile.

Se per decenni la strategia è consistita nel proteggere Hormuz, oggi emerge una logica diversa: ridurre la dipendenza da Hormuz.

Non si tratta di sostituire lo Stretto, che continuerà a rappresentare uno snodo fondamentale per il commercio energetico mondiale, ma di fare in modo che una futura crisi non sia più in grado di paralizzare il sistema nel suo complesso. Il baricentro della sicurezza si sposta dalla protezione del singolo nodo alla resilienza dell'intera rete.

La stessa logica si osserva ormai nelle catene di approvvigionamento, nei semiconduttori, nei cavi sottomarini e nelle altre infrastrutture critiche. La sicurezza deriva sempre meno dalla protezione di un singolo nodo e sempre più dalla disponibilità di percorsi alternativi. L'energia sembra seguire la stessa traiettoria.

È in questo contesto che acquistano significato gli investimenti infrastrutturali accelerati dai principali esportatori del Golfo. L'Arabia Saudita dispone già dell'East-West Pipeline, che collega i giacimenti della Eastern Province al terminale di Yanbu sul Mar Rosso e rappresenta il principale corridoio alternativo a Hormuz. Gli Emirati Arabi Uniti hanno realizzato l'oleodotto Habshan-Fujairah, che consente di esportare una parte significativa della produzione attraverso il Golfo di Oman senza attraversare lo Stretto. Anche l'Iraq è tornato a considerare strategici i collegamenti verso il Mediterraneo, attraverso il rilancio dell'Iraq-Türkiye Pipeline e nuove ipotesi di sbocco sulla costa siriana. Nessuno di questi corridoi può sostituire Hormuz. Insieme, però, delineano una strategia sempre più evidente: distribuire il rischio tra più direttrici di esportazione anziché concentrarlo in un unico passaggio marittimo. Se portati a termine o ampliati, questi progetti aumenterebbero sensibilmente la quota di esportazioni regionali in grado di raggiungere i mercati internazionali senza transitare dallo Stretto.

La questione, quindi, non riguarda semplicemente la costruzione di nuove pipeline. Sta emergendo una nuova geografia della connettività energetica.

Per decenni il Golfo Persico è stato il punto di convergenza quasi obbligato delle esportazioni regionali. Oggi inizia a delinearsi una rete più articolata, che collega il Golfo al Mar Rosso, al Golfo di Oman e, potenzialmente, al Mediterraneo. In parallelo, anche l'Iran continua a rafforzare i collegamenti terrestri verso l'Asia centrale e la Cina, nel tentativo di ridurre la propria esposizione alle vulnerabilità marittime. Pur perseguendo obiettivi diversi, entrambe le dinamiche riflettono la stessa logica: ridurre la dipendenza da singoli punti di vulnerabilità attraverso la diversificazione delle connessioni.

Letta lungo il continuum Mediterraneo-Mar Rosso-Golfo-Oceano Indiano, questa evoluzione va oltre la sicurezza energetica. La competizione strategica riguarda sempre meno il controllo dei singoli chokepoint e sempre più la capacità di costruire reti di connettività resilienti che ne riducano il potere coercitivo. In questo quadro, infrastrutture energetiche, corridoi logistici e rotte commerciali diventano elementi sempre più centrali della competizione geopolitica.

Anche il ruolo degli Stati Uniti potrebbe evolvere di conseguenza. La libertà di navigazione resterà un interesse strategico fondamentale e la presenza navale americana continuerà a rappresentarne il principale garante. Tuttavia, sostenere lo sviluppo di infrastrutture che riducano la vulnerabilità dei partner regionali potrebbe diventare una componente altrettanto importante della strategia statunitense. La sicurezza marittima e la connettività infrastrutturale non rappresentano approcci alternativi, ma due dimensioni complementari della stessa architettura di sicurezza.

L'esito del conflitto rimane incerto e Hormuz continuerà a essere uno dei principali chokepoint energetici mondiali. Ogni crisi aumenta gli incentivi economici e politici a costruire reti capaci di assorbirne gli effetti. Se questa dinamica proseguirà, il lascito più duraturo del conflitto non sarà una diversa distribuzione del potere nello Stretto, ma l'affermazione di un principio destinato a caratterizzare la sicurezza energetica del XXI secolo: la deterrenza dipenderà non solo dalla capacità di difendere un chokepoint, ma anche da quella di renderlo meno decisivo. In definitiva, la guerra sta accelerando il passaggio da un sistema energetico fondato sulla protezione di un singolo snodo a uno fondato sulla ridondanza delle connessioni.

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