Washington colpisce i corridoi iraniani
La pressione arriva fino alla Cina. Il punto di Emanuele Rossi
Ponti, ferrovie e porti stanno diventando uno dei nuovi fronti della guerra tra Stati Uniti e Iran. Più che colpire singole infrastrutture, gli ultimi attacchi sembrano mettere sotto pressione la rete di connettività su cui Teheran ha costruito la propria resilienza economica e logistica e, indirettamente, anche gli interessi dei suoi principali partner eurasiatici. È probabilmente anche per questo che, almeno finora, Washington ha evitato di confermare ufficialmente i singoli obiettivi più sensibili.
Il primo episodio risale al 9 luglio. Secondo i media di Stato iraniani e le dichiarazioni pubbliche dei Pasdaran, ovviamente portatrici della narrazione della Repubblica Islamica, missili da crociera statunitensi hanno colpito il ponte ferroviario di Aq Tekeh Khan, nella provincia di Golestan, danneggiando la linea Gorgan–Incheh Borun. Il ponte rappresenta uno dei principali collegamenti ferroviari tra l’Iran e il Turkmenistan e costituisce un segmento della rete che si estende verso il Kazakhstan e i corridoi euroasiatici. Washington non ha mai confermato l’attacco, né il Comando Centrale statunitense (CENTCOM) ha incluso il ponte tra gli obiettivi ufficialmente rivendicati. Allo stato delle informazioni disponibili, non può inoltre essere escluso che eventuali attacchi contro infrastrutture di questo tipo siano stati condotti da Israele nell’ambito della più ampia campagna militare contro l’Iran. Resta tuttavia significativo che la notizia sia stata rilanciata con forza da Teheran, mentre alcune verifiche condotte da fonti locali e riprese da media internazionali hanno contribuito a confermare che infrastrutture civili e logistiche sono effettivamente finite sotto attacco.
Il secondo elemento è arrivato il 17 luglio. I media ufficiali iraniani hanno denunciato nuovi raid contro sei ponti nella provincia di Hormozgan, una stazione ferroviaria a Bandar Abbas e la torre di controllo del porto di Shahid Kalantari a Chabahar, oltre ad altre infrastrutture lungo la costa del Golfo. Anche in questo caso CENTCOM non ha diffuso un elenco dettagliato dei bersagli, limitandosi ad affermare che gli attacchi miravano a “degradare ulteriormente le capacità militari iraniane” e il suo sistema “logistico militare”. La scelta di non attribuire pubblicamente singoli obiettivi appare quasi altrettanto significativa delle accuse iraniane: entrambe le parti sembrano avere interesse a mantenere un margine di ambiguità sugli attacchi alle infrastrutture più sensibili.
Ed è questa ambiguità a meritare attenzione. Per Teheran, attribuire agli Stati Uniti gli attacchi contro ponti, ferrovie e infrastrutture portuali significa sostenere che Washington non stia colpendo soltanto obiettivi militari, ma anche l’architettura logistica costruita dall’Iran per ridurre gli effetti delle sanzioni e mantenere aperti i collegamenti con i propri partner: un’infrastruttura su cui poggia una parte rilevante della resilienza economica e logistica della Repubblica Islamica. Per Washington, al contrario, una conferma esplicita rischierebbe di rafforzare proprio questa narrativa, alimentando accuse di attacchi contro infrastrutture civili e dando maggiore visibilità internazionale a un fronte della campagna militare che coinvolge interessi ben oltre quelli iraniani.
Il ponte di Aq Tekeh Khan rappresenta un esempio efficace di questa dinamica. Situato lungo la linea ferroviaria Gorgan–Incheh Borun, collega l’Iran alla rete ferroviaria del Turkmenistan e, attraverso il corridoio Kazakhstan–Turkmenistan–Iran, ai mercati dell’Asia Centrale. Lo stesso asse si integra con l’International North-South Transport Corridor (INSTC) e presenta importanti punti di contatto con la Belt and Road Initiative (BRI) cinese. Più che una semplice infrastruttura nazionale, si tratta di un nodo di una rete di connettività che collega il Golfo, il Caspio e l’Eurasia.
Per l’Iran questa rete rappresenta una componente essenziale della propria resilienza strategica. Negli ultimi anni Teheran ha investito nello sviluppo di collegamenti terrestri verso l’Asia Centrale, la Russia e il Caspio per ridurre la dipendenza dalle rotte marittime, oggi ancora più vulnerabili a causa della crisi nello Stretto di Hormuz. Quando i collegamenti via mare diventano più rischiosi, la capacità di mantenere aperti i corridoi terrestri assume un valore strategico crescente, sia sotto il profilo economico sia sotto quello logistico.
Le implicazioni, tuttavia, non riguardano soltanto Teheran. Le infrastrutture iraniane sono parte di una rete utilizzata, o destinata a essere utilizzata, anche dai principali partner della Repubblica islamica. La Cina considera l’Iran anche uno snodo utile per diversificare alcune direttrici della sua grande infrastruttura geopolitica, la BRI, verso il Medio Oriente e l’Europa (e l’Africa). La Russia ha rafforzato negli ultimi anni la cooperazione logistica lungo l’asse del Caspio e dell’INSTC. L’India guarda allo stesso corridoio come a una possibile alternativa per raggiungere Eurasia e Asia Centrale. Anche i Paesi centroasiatici hanno investito nei collegamenti attraverso il territorio iraniano per ampliare l’accesso ai mercati del Golfo.
È in questo contesto che gli attacchi alle infrastrutture assumono una portata più ampia. Anche qualora i danni materiali siano limitati o rapidamente riparati, la vulnerabilità dei corridoi può aumentarne il rischio percepito, scoraggiarne l'utilizzo, far crescere i costi logistici e assicurativi e rendere più difficile per l'Iran offrire rotte considerate affidabili – qualcosa di molto simile a ciò che sta accadendo a Hormuz. In questo senso, la pressione sulle infrastrutture rafforza indirettamente anche la pressione sanzionatoria, perché riduce il valore strategico delle alternative terrestri sviluppate da Teheran.
Più che il destino di un singolo ponte, la vicenda racconta quindi un cambiamento più profondo: la competizione strategica si sta progressivamente estendendo alle reti della connettività e della geoeconomia. Ferrovie, porti, aeroporti, reti energetiche, hub logistici (anche digitali, come i data center) e corridoi commerciali non rappresentano più soltanto infrastrutture funzionali alla crescita economica: costituiscono l’ossatura attraverso cui uno Stato mantiene la propria continuità operativa, sostiene la mobilità militare, preserva le catene di approvvigionamento e proietta la propria influenza regionale. Colpirle significa incidere contemporaneamente sulla sicurezza e sull’economia, rendendo sempre più labile il confine tra resilienza civile e resilienza militare.
Questa evoluzione non riguarda soltanto il Medio Oriente. Al recente vertice NATO di Ankara, l’Alleanza ha ulteriormente rafforzato il concetto di resilienza delle infrastrutture critiche, riconoscendo che trasporti, energia, comunicazioni, logistica e mobilità militare costituiscono ormai parte integrante della capacità operativa degli Stati membri. L’esperienza maturata in Ucraina ha mostrato che la superiorità militare, da sola, non basta: una rete ferroviaria interrotta, un porto inattivo o un’infrastruttura energetica fuori uso possono compromettere la capacità di sostenere operazioni militari almeno quanto la perdita di una base o di un sistema d’arma. Più che un’eccezione iraniana, gli episodi delle ultime settimane sembrano quindi inserirsi in una trasformazione più ampia del modo in cui viene concepita la guerra contemporanea.
È probabilmente questa la lezione strategica che emerge anche dagli episodi delle ultime settimane in Iran. Al di là dell’attribuzione dei singoli attacchi e dell’ambiguità che continua a circondarli, il dato rilevante è che le infrastrutture critiche stanno diventando uno dei principali terreni della competizione contemporanea. Paradossalmente, la ricerca di una maggiore resilienza geoeconomica rischia di produrre anche una maggiore esposizione strategica. La proliferazione di oleodotti, corridoi ferroviari, porti e hub logistici destinati a ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz aumenta infatti la continuità dei flussi energetici e commerciali, ma moltiplica anche il numero degli obiettivi contendibili. La ridondanza delle reti rafforza la resilienza degli Stati, ma amplia al tempo stesso la superficie della competizione, offrendo nuove leve di pressione e nuovi potenziali bersagli lungo le principali direttrici della connettività regionale.